Cosa ci dice lo svolgimento della guerra in Iran dopo quasi tre mesi dal suo scoppio?

Il proseguire del conflitto, sebbene in questa fase in forma latente, in Iran mostra un fatto difficilmente contestabile. Infatti, la strategia trumpiana degli insulti e delle minacce, della ridicolizzazione dell’avversario, il quale scomparirebbe, si auto-eliderebbe di fronte alla potenza del gigante americano, insomma questa retorica ormai estremamente familiare sembra mostrare la corda, sembra rivelare tutti i suoi limiti.

Dopo la smargiassata in Venezuela, non c’è dubbio che moltissimi soggetti, a partire dallo stesso inquilino della Casa Bianca, si fossero convinti della ritrovata inarrestabilità della macchina statunitense, del fatto che sostanzialmente nessuno potesse rappresentare un ostacolo, un problema per il provvidenziale realizzarsi del destino americano, a seconda delle varie forme in cui questo si sarebbe potuto esplicare. E questo nonostante per tanti versi le imprese ingloriose in Afghanistan, in Iraq, in Somalia e in tanti altri contesti avessero rappresentato un monito che lo stesso Trump, più di ogni altro, aveva raccolto e che aveva portato il movimento Maga a riconoscere come uno dei propri assunti di fondo, direi quasi articoli di fede, il disimpegno dal teatro geopolitico internazionale, specialmente se non prossimo al continente che ospita i cinquanta stati federati americani, in procinto peraltro di accogliere Canada, Groenlandia come cinquantunesimo e cinquantaduesimo stato e chissà forse anche Panama e qualche altro stato insulare caraibico.

Fonte: Radio Popolare

In attesa di capire quale scenario si aprirà nelle settimane a venire, con lo spettro di una nuova fase calda del conflitto che aleggia minacciosamente sopra quella regione, abbiamo assistito all’invio di una lettera da parte del presidente “progressista” iraniano Pezeshkian a papa Leone XIV. Il paradosso a cui ci troviamo ad assistere è che leggendo quella lettera non v’è dubbio su chi paia avere ragione, dacché, per quanto sgangherato risulti l’appello al diritto internazionale e ai diritti umani da parte da un regime che ne ha fatto e ne fa continuamente strame, in questo caso la lettera sembra piuttosto sensata.

Anche tralasciando il fatto che la giustificazione che Trump ha dato a questa guerra fosse l’imminente attacco iraniano agli Stati Uniti e\o all’Occidente e con ogni probabilità attacco nucleare e, in subordine, la liberazione del popolo iraniano da quel regime maledetto che, si diceva, doveva per forza cadere, salvo oggi accettare in buona sostanza che così non sarà, lasciando il suddetto popolo in balia di coloro che si sono presentati come sanguinari ed efferati assassini, e tralasciando quindi il terreno assai friabile su cui si basava la decisione di attaccare, congiuntamente a Israele, l’Iran, possiamo dire che nel merito il contenuto della lettera del Presidente iraniano è piuttosto solido.

Coloro che sostengono una guerra come quella che Stati Uniti e Israele hanno avviato in Iran mostrano prima di tutto di essere vittima di un gravissimo errore di prospettiva da cui è chiaramente afflitto l’Occidente da tempo immemore e che consiste nell’appunto nel giustificare qualsiasi cosa o quasi che venga fatta dalle nostre nazioni perché, possiamo magari avere anche parzialmente torto nel merito, ma siamo pur noi i buoni. E, in seconda battuta, mostriamo davvero di non capire la fase nella quale stiamo sempre di più entrando e in cui questo eccezionalismo occidentale è destinato a cadere o comunque ad essere sfidato in maniera sempre più accanita ed oltranzista e in cui i nostri cosiddetti nemici useranno sempre di più e sempre meglio le nostre stesse armi, come la lettera di Pezeshkian al papa dimostra perfettamente.

Alberto Fioretti