Chi controlla lo Stretto decide chi ha vinto la guerra

La tesi è netta: l’esito della guerra in Iran si decide da un’unica variabile: chi controlla lo Stretto di Hormuz. Per l’investitore miliardario, questo passaggio largo appena 33 chilometri, da cui transita un quinto del petrolio mondiale, è il campo della «battaglia finale» che determinerà il futuro dell’ordine globale costruito dagli Stati Uniti nel dopoguerra.

Il ragionamento si fonda su un parallelo storico. Se l’Iran manterrà la capacità di controllare o anche solo negoziare il passaggio nello Stretto, gli Stati Uniti saranno percepiti come sconfitti, a prescindere dai risultati militari.

Fonte: Plastmagazine

Il precedente evocato è la crisi di Suez del 1956: la Gran Bretagna, incapace di imporsi sull’Egitto di Nasser, subì un colpo irreversibile alla propria credibilità imperiale. Per Trump la sfida è duplice. Se riuscirà a garantire il libero transito, consoliderà la fiducia nella potenza americana, come fece Reagan negli anni Ottanta ordinando alla Marina di scortare le petroliere durante la guerra Iran-Iraq. Se invece lo Stretto resterà in mani iraniane, sarà visto come un leader che ha cercato lo scontro e ha perso, con ricadute sulla credibilità del dollaro come valuta di riserva. Il tentativo di formare una coalizione navale – finora respinto dagli alleati NATO europei – è un banco di prova della capacità di Washington di costruire alleanze.

Per Teheran il conflitto ha carattere esistenziale: la strategia consiste nel trascinare la guerra nel tempo, nella convinzione che l’opinione pubblica americana non tollererà un conflitto lungo e costoso. Sul fronte diplomatico, il fondatore di Bridgewater è categorico: un accordo negoziato non risolverebbe la crisi, e la fase che si apre – riconquista o abbandono dello Stretto – sarà probabilmente la più violenta. Le implicazioni, conclude, vanno ben oltre il Medio Oriente: l’esito influenzerà i rapporti con Cina, Russia, Europa e l’intero equilibrio finanziario globale.

Non tutti condividono una visione così polarizzata. Analisti di Chatham House e dell’Atlantic Council ritengono che il confronto possa sfociare in soluzioni intermedie – riapertura parziale, scorte navali regionali, intese di fatto – senza la resa dei conti definitiva. La cornice interpretativa dei «Grandi Cicli» storici – debito, politica interna, tecnologia, geopolitica – è influente ma non universalmente condivisa nel mondo accademico.

Segnali contrastanti arrivano anche dal fronte iraniano, dove Teheran ha già consentito il passaggio di alcune petroliere turche e indiane, a suggerire che la chiusura potrebbe non essere così assoluta. Resta il fatto che la sua analisi fotografa un sentimento diffuso tra operatori di mercato e governi: finché Hormuz resterà chiuso, nessun aspetto di questa crisi potrà considerarsi risolto.

Per l’Europa e per l’Italia, fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche, la risposta a questa domanda non è solo geopolitica: è la differenza tra bollette sostenibili e una nuova spirale inflazionistica.

Filippo Gesualdi