La mancanza di riflessione critica su quello che sta avvenendo in Iran non potrebbe essere più preoccupante

La situazione venutasi a creare in Iran a seguito dell’attacco congiunto degli Stati Uniti e di Israele non potrebbe essere più caotica e priva di sbocchi risolutivi. Al di là del pressappochismo con cui, forse, si è pensato di poter rovesciare un regime radicato da oltre 45 anni, molto più popolare di quanto si pensi nelle aree profonde del paese, nelle zone agricole e, più in generale, lontano dalle città, occorre prima di tutto rimarcare quanto avventurosa, per non dire dissennata sia stata questa iniziativa sotto il profilo della stabilità dell’area. Le reazioni a catena che ha ingenerato sono state infatti innumerevoli e, specialmente alcune, molto preoccupanti. Oltre al calcolo, che ad oggi sembra stato piuttosto sbrigativo e, da ultimo, probabilmente errato di provocare un cambio di regime nel paese, ci sarebbe da interrogarsi sulla situazione più in generale. Infatti qualora vi fosse un simile evento o forse sarebbe meglio dire qualora vi fosse stato c’è da chiedersi quale scenario aspetterebbe il paese e la regione. Coloro che favoleggiano dell’apertura di splendide prospettive, ci sentiamo di dirlo, sembrano non sapere davvero di cosa parlano.

Evidentemente le lezioni dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Libia di moltissimi altri paesi non hanno insegnato nulla, non sono riuscite nell’impresa di invitare alla prudenza. Pensare che in un paese come l’Iran, di 93 milioni di persone, qualora vi fosse un simile evento, ciò che aspetterebbe il paese sarebbero “magnifiche sorti e progressive” per prendere a prestito una famosa espressione è davvero un atteggiamento da anime belle, da “candidi”. Le ricostruzioni poi sulla volontà del popolo iraniano di riavere indietro il loro amato Shah, strappato misteriosamente non si sa bene da quale potere oscuro al popolo che tanto lo adorava, il quale ritornerebbe sotto le sembianze del figlio del Mohammad Reza Pahlavi rovesciato dalla rivoluzione del ’70, sono tra le più esilaranti che abbiamo avuto la ventura di ascoltare. Il ricordo delle responsabilità dello Shah, partire dalle simpatiche tecniche di “interrogatorio” in voga ai tempi pre-rivoluzionari impiegate dalla Savak la sua personale milizietta, creata nel 1957, quattro anni dopo il ritorno al potere in seguito alla sfortunata parentesi di Mossadeq, è ancora piuttosto vivido a cinquant’anni di distanza. Il pugno duro con cui governò l’Iran, insieme a una piccola oligarchia di una ricchezza sconfinata, mentre il paese versava nella miseria più assoluta anche. Pensare quindi che gli iraniani si augurino il ritorno del figlio di quello che non possono che percepire, per la maggior parte, ad eccezioni di una minoranza di esuli della diaspora iraniana, ancora, a distanza di così tanti decenni, come un triste figuro, è ancora una volta un’esilarante ricostruzione di marca occidentale.

Fonte: La Vita del Popolo

Il fatto è quindi che lo scenario che più di ogni altro dovrebbe farci tremare le vene ai polsi, ovvero la caduta di questo pur orrido regime teocratico, che fa strame delle libertà civili e di quelli che, secondo un’impostazione liberale, sono diritti inalienabili della persona, giacché è piuttosto evidente che sarebbe uno scenario di sanguinosissima, devastante guerra civile con pesantissimi strascichi, potenzialmente secolari, è quello che invece ci provoca, al pensiero, moti incontenibili di giubilo ed estatici trasalimenti.

Alberto Fioretti