Viaggio dietro il muro d’omertà che protegge gli affari miliardari dei clan di India, Pakistan e Bangladesh

Dopo l’inquietante vicenda dei quattro braccianti agricoli (un pachistano e tre afghani) arsi vivi ad Amendolara occorre una riflessione su un fenomeno sempre più preoccupante. Mentre i riflettori dei media restano puntati sulle mafie tradizionali, un network invisibile sta ridisegnando le geografie del crimine.

Non sparano in mezzo alla strada, non cercano il controllo militare delle piazze e, soprattutto, non sfidano i clan locali. Eppure, le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) parlano chiaro: le organizzazioni criminali provenienti da India, Pakistan e Bangladesh non sono più semplici aggregazioni di microcriminalità. Sono vere e proprie holding transnazionali, capaci di muovere miliardi di euro all’anno attraverso il traffico di esseri umani, il narcotraffico e lo sfruttamento selvaggio dei propri connazionali.

Agiscono “sotto traccia”, sfruttando due armi micidiali: l’invisibilità istituzionale e un muro d’omertà culturale quasi impossibile da scalfire per gli inquirenti. 

La multinazionale pakistana: l’asse dell’eroina e i signori dei visti. Se si segue la rotta dei soldi e della droga, la pista pakistana è quella che assume i connotati più vicini a un network mafioso globale. I gruppi criminali pakistani non lavorano quasi mai da soli: si muovono in sinergia con i cartelli turchi e le bande balcaniche. Il Pakistan è il corridoio naturale dell’oppio afghano. I clan pakistani si sono trasformati in broker internazionali di eroina, gestendo la logistica lungo la rotta balcanica e i canali marittimi diretti verso i porti europei. Qui, la droga viene ceduta all’ingrosso alle mafie locali.

Accanto alla droga viaggia l’immigrazione clandestina. I network pakistani controllano filiere complesse fatte di documenti falsificati, matrimoni combinati a tavolino e passatori di frontiera. Come si spostano i proventi di questi traffici? La risposta è nell’Hawala, un sistema bancario informale basato sulla fiducia reciproca e su una rete di intermediari insospettabili. Niente banche, niente tracciabilità, zero fessure per gli investigatori valutari. Un sistema perfetto per ripulire il denaro sporco.

Fonte: Swissinfo

Il “modello Bangladesh”, le cartiere dei visti e il racket del subappalto. La criminalità bangladese ha scelto una via diversa, più silenziosa ma altrettanto redditizia: il crimine economico-finanziario e il parassitismo sociale all’interno della propria comunità. Il flusso del Decreto Flussi ha reso generato aziende “fantasma” o società cartiere aperte in Europa, in cui i clan creano finti posti di lavoro per richiedere le quote d’ingresso di lavoratori stranieri. In patria, i migranti arrivano a pagare cifre astronomiche – fino a 15.000 euro – per un visto che si rivelerà un miraggio. Chi arriva a destinazione si ritrova senza lavoro, clandestino e con un debito perpetuo da ripagare ai criminali.

Il caporalato dei colletti bianchi, Non solo agricoltura. Nei cantieri navali o nei retrobottega della ristorazione e del commercio, i “caporali” bangladesi gestiscono la manodopera dei connazionali ricattandoli con la sottrazione dei documenti e minacce di ritorsioni sulle famiglie rimaste a Dacca. Pizzo e usura nei minimarket: nelle grandi metropoli europee, i commercianti bangladesi che gestiscono i negozi di vicinato subiscono spesso un’estorsione silenziosa. Chi finisce in difficoltà finisce nella rete degli usurai connazionali, che in poco tempo fagocitano le attività commerciali.

Il caso indiano: i “Punjab Gangs” e l’inferno del doping nei campi. La penetrazione criminale indiana è profondamente radicata in settori specifici dell’economia, in particolare nell’agricoltura intensiva. La matrice d’origine è quasi sempre la stessa: la regione del Punjab. La schiavitù della terra: Nelle aree agricole europee a forte densità di manodopera (come l’Agro Pontino in Italia), i network indiani hanno imposto un controllo totale sul reclutamento dei braccianti. Turni di 14 ore, paghe da fame e la costante minaccia di essere denunciati alle autorità migratorie.

Il mercato del “doping da lavoro” è l’aspetto più inquietante emerso dalle recenti indagini. Per permettere ai braccianti di sopportare ritmi di lavoro disumani nei campi, i caporali indiani gestiscono un mercato parallelo di sostanze dopanti e oppiacei (come i bulbi di papavero tritati o farmaci illegali a base di tramadolo). Una vera e propria sottomissione chimica dei lavoratori.

Il codice del silenzio: perché le vittime non parlano. Il vero punto di forza di queste nuove mafie è l’isolamento delle vittime. Una gabbia fatta di barriere linguistiche e ricatti transnazionali.

Fonte: la Repubblica

Perché è così difficile indagarle? Le forze dell’ordine si scontrano quotidianamente con un muro d’omertà culturale. I lavoratori sfruttati considerano i caporali l’unico ponte di collegamento con la sopravvivenza economica. Denunciare significa non solo perdere il lavoro e rischiare l’espulsione, ma esporre i propri genitori o figli in patria alla violenza vendicativa dei clan locali, contro cui le polizie europee non possono fare nulla.

Le mafie del subcontinente indiano hanno compreso la lezione più importante del crimine moderno: il rumore attira la polizia, il silenzio genera profitto. E finché continueranno a operare nell’ombra delle comunità segregate, il loro impero non farà che crescere.

Alberto Siculella