Pochi accordi concreti tra Trump e Xi Jinping. Chi vince e chi perde

Si è trattato della prima visita di Stato di un Presidente americano in Cina dal 2017 e ha fatto seguito al colloquio di Busan dell’ottobre 2025. Trump è arrivato al Grande Palazzo del Popolo con una delegazione di una trentina di amministratori delegati – fra cui Elon Musk (Tesla), Tim Cook (Apple), Jensen Huang (Nvidia) e i vertici di Boeing – pensata per trasmettere l’immagine di una distensione possibile. Xi ha definito i colloqui «storici» e ha proposto una «relazione costruttiva di stabilità strategica» come cornice per i prossimi tre anni.

Sul piano economico la Casa Bianca ha presentato un pacchetto concreto: impegno cinese ad acquistare almeno 17 miliardi di dollari l’anno di prodotti agricoli statunitensi fino al 2028, ordine iniziale di 200 aerei Boeing, riapertura delle importazioni di carne bovina e avicola, ripresa dei flussi di terre rare e creazione di un Board of Trade e di un Board of Investment per istituzionalizzare il dialogo economico. Xi ha inoltre accettato l’invito a una visita di Stato a Washington il 24 settembre. Pechino ha confermato in termini generali, evitando di ratificare le cifre – e omettendo nel proprio comunicato il riferimento alle terre rare – e ponendo l’accento sulla «stabilità strategica».

Fonte CNN

Su Taiwan, Xi ha tracciato con fermezza la linea rossa cinese, avvertendo che una gestione errata della questione potrebbe condurre a «scontri e perfino conflitti»: un monito che ha dominato l’apertura dei colloqui, mentre il readout americano ha preferito non menzionarla.

Sul conflitto in Iran sono emersi terreni di convergenza più sostanziali del previsto: i due leader hanno concordato che lo Stretto di Hormuz «deve restare aperto» e che Teheran non può dotarsi di armi nucleari; Xi ha confermato che la Cina non fornirà equipaggiamento militare all’Iran, si è detto disponibile a un ruolo diplomatico e ha manifestato interesse per maggiori acquisti di petrolio statunitense, in alternativa a quello iraniano.

Sul fronte tecnologico, paradossalmente, i chip Nvidia H200 – già autorizzati dall’amministrazione Trump a dicembre 2025 – sono rimasti in stallo: a frenarli è oggi Pechino, che ha invitato i propri gruppi tech a rallentare gli ordini per privilegiare i semiconduttori domestici di Huawei. Restano invece pienamente in vigore i controlli americani sulla generazione più avanzata Blackwell.

Gli Stati Uniti portano a casa risultati tangibili per agricoltura, aviazione e accesso ai minerali critici, oltre a un canale istituzionale per gestire le future controversie. Significative anche le convergenze su Iran e Hormuz, che alleggeriscono il dossier mediorientale. Restano però privi di aperture cinesi su Taiwan e sui controlli tecnologici, e la stessa apertura statunitense sui chip Nvidia rimasta lettera morta segnala una leva tecnologica più debole di quanto Washington sperasse.

La Cina evita ogni concessione visibile sui propri interessi vitali, ribadisce la linea rossa su Taiwan, stabilizza il quadro economico in una fase in cui deve concentrarsi sulle priorità interne e ottiene la cornice di «stabilità strategica» che intende usare come baseline per i prossimi anni. Sui chip sceglie deliberatamente l’autonomia tecnologica, una scommessa onerosa nel breve ma potenzialmente decisiva nel medio periodo. Resta esposta sui controlli statunitensi all’export di semiconduttori di ultima generazione.

Nel complesso, il vertice di Pechino somiglia a un pareggio controllato: nessuna vittoria decisiva, nessuna sconfitta conclamata. Entrambi i leader hanno guadagnato tempo e prevedibilità, beni preziosi in un sistema internazionale instabile. Come ha osservato il Council on Foreign Relations, l’incontro è servito più a «gestire la stabilità» che a sciogliere i nodi strutturali. La prova del nove arriverà a settembre, con il viaggio di Xi negli Stati Uniti, quando si misurerà se la cordialità di Pechino si tradurrà in fatti o resterà confinata al cerimoniale.

Federico Viola