Il viaggio ostinato di un’Italia che non si arrende
C’è un’Italia che non finisce nei reel, che non fa rumore, che non chiede attenzione, e proprio per questo rischia di sparire. Ritorno al Tratturo nasce lì, in quel silenzio testardo, tra paesi svuotati e strade che non portano da nessuna parte, almeno secondo la logica dominante. Ma è proprio da questi margini che il documentario di Francesco Cordio costruisce il suo racconto più radicale, ovvero nel fermarsi, osservare, e forse, contro ogni istinto contemporaneo, tornare indietro.
Il “tratturo” non è solo un percorso fisico, è una linea antica che attraversa l’Italia, tracciata dal passaggio lento degli animali e degli uomini durante la transumanza. Un’infrastruttura invisibile che oggi diventa metafora di un tempo diverso, di un’economia diversa, di una possibilità diversa. Cordio non lo trasforma in un feticcio nostalgico, e qui sta il primo merito del film. Non c’è retorica bucolica, nessuna estetica da cartolina. Il paesaggio è duro, spesso spoglio, a tratti persino ostile. Eppure, vivo.
Accanto a lui, in questo viaggio, ci sono Elio Germano e Filippo Tantillo. Il primo, volto noto del cinema italiano, si spoglia della sua dimensione più riconoscibile e si mette in ascolto. Non interpreta, non guida, ma attraversa. Tantillo, studioso e osservatore delle aree interne, porta invece una riflessione lucida, mai accademica, su ciò che resta quando tutto sembra perduto, e su ciò che potrebbe rinascere, se solo si cambiasse prospettiva.
Il cuore del documentario non è il racconto della perdita, ma quello della resistenza, non eroica, non spettacolare, ma quotidiana, fatta di gesti minimi, di scelte controcorrente, di vite che decidono di restare quando andarsene sarebbe più semplice. In un Paese che da decenni misura il progresso in termini di abbandono, più città, meno campagne, più velocità, meno radici, Ritorno al Tratturo ribalta la narrazione senza mai alzare la voce.

Fonte: Mymovies
C’è qualcosa di profondamente politico, ma mai ideologico, in questo sguardo. Il film non propone soluzioni facili né indulge in utopie ingenue, piuttosto, pone una domanda che resta addosso anche dopo i titoli di coda, cosa succede se smettiamo di considerare “periferia” tutto ciò che non produce profitto immediato? E se il futuro, invece di essere una corsa cieca in avanti, fosse un lento riavvicinamento a ciò che abbiamo lasciato indietro?
Visivamente, il documentario sceglie la sottrazione. I tempi sono dilatati, le inquadrature respirano, i silenzi pesano quanto le parole. Una scelta che può spiazzare lo spettatore abituato a narrazioni rapide e frammentate, ma che diventa necessaria per entrare davvero in sintonia con il ritmo del tratturo. Qui non si consuma contenuto: si attraversa un’esperienza.
E forse è proprio questo il punto più scomodo, e più onesto, del film. Ritorno al Tratturo non è fatto per intrattenere nel senso tradizionale. Non consola, non semplifica, non offre scorciatoie emotive. Chiede tempo, attenzione, disponibilità a mettere in discussione il proprio sguardo. In cambio, restituisce qualcosa di raro: la sensazione che un’altra traiettoria sia ancora possibile.
Il 29 aprile, al Cinema delle Provincie di Roma, questa esperienza non resterà confinata allo schermo perché sarà condivisa, discussa, attraversata insieme agli autori e ai protagonisti. Due proiezioni, una alle 20:00 e una alle 21:30, due occasioni per fermarsi, davvero, e ascoltare.
Perché a volte il futuro non è davanti a noi. È semplicemente rimasto indietro ad aspettarci.
Alessandro Tartaglia Polcini
