Cuore pulsante della pellicola è la crisi del giornalismo. Il primo capitolo celebrava l’onnipotenza del redattore capo, questo la sua vulnerabilità

A quasi vent’anni di distanza dal cult che ha ridefinito l’estetica degli anni Duemila, il ritorno di Miranda Priestly non era solo atteso, ma temuto. In un’epoca dominata da reboot e sequel spesso senz’anima, Il Diavolo veste Prada 2 riesce a schivare la trappola dell’operazione puramente commerciale, offrendo una riflessione amara ma puntuale sulla fine di un’era.

Torna il cast originale, con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, con alcune new entry come Lucy Liu e Simone Ashley, insieme a divertenti camei, tra cui quelli di Donatella Versace e Lady Gaga. Il film ci riporta nel mondo patinato di Runway, ma la patina è ormai graffiata. Miranda Priestly si trova ad affrontare la sfida più difficile della sua carriera: il declino inesorabile delle riviste cartacee e la scalata aggressiva del digitale. Al suo fianco, o meglio, contro di lei, ritroviamo una Emily Charlton ormai diventata un’affermata dirigente di un colosso del lusso.

Fonte: Circuito Gran Torino

Mentre il gruppo editoriale minaccia tagli drastici, Miranda si vede costretta a riallacciare i rapporti con l’unica persona che sia mai riuscita a tenerle testa: Andy Sachs. Non più l’assistente sciatta dei primi anni, ma una giornalista d’inchiesta che ha imparato a dare valore alla sostanza, Andy viene trascinata nuovamente nell’orbita di Miranda per salvare ciò che resta del prestigio di Runway. Il rischio principale di questo sequel era quello di scivolare in un facile fan-service, un’overdose di citazioni e “clack” di tacchi a spillo per compiacere i millenials. Sorprendentemente, il film sceglie la strada della sobrietà.

La nostalgia c’è, vibra nei dialoghi affilati e nel ritorno di volti familiari, ma non schiaccia mai lo spettatore. Il regista (o meglio, la visione dietro l’opera) non vuole riportarci nel 2006, ma mostrarci come quel mondo sia invecchiato. È una nostalgia adulta, malinconica, che serve da ponte verso il presente piuttosto che da rifugio per chi non vuole accettare il tempo che passa. Non siamo di fronte a un museo delle cere, ma a un dramma moderno che usa il passato come bussola.

Il vero cuore pulsante della pellicola non è la moda, ma la crisi del giornalismo. Se il primo capitolo celebrava l’onnipotenza del redattore capo, qui assistiamo alla sua vulnerabilità. Il film mette a nudo la brutalità degli algoritmi che sostituiscono la qualità, la morte del reportage a favore del post virale e la difficoltà di mantenere un’integrità culturale quando il bilancio è in rosso. Miranda Priestly diventa così il simbolo di una resistenza forse inutile, ma indubbiamente eroica, contro un mondo che non vuole più leggere, ma solo scorrere uno schermo.

Fonte: Wikipedia

“Un tempo decidevamo cosa la gente avrebbe sognato. Oggi decidiamo solo cosa cliccherà.” — Miranda Priestly

Tuttavia, dove il film fallisce clamorosamente è proprio lì dove dovrebbe eccellere: nel guardaroba. È paradossale che in un film che parla dell’élite della moda, i costumi risultino anonimi, se non addirittura datati. La magia stilistica di Patricia Field è un ricordo lontano. Gli outfit di Miranda appaiono stanchi, privi di quel guizzo d’avanguardia che la rendeva un’icona, e le comparse sembrano vestite con campionari di fast-fashion di media qualità. L’unica eccezione luminosa è Emily. Il suo guardaroba è l’unico a raccontare una storia: strutturato, audace, architettonico. I suoi look sono lo specchio di una donna che ha saputo evolversi senza perdere la propria identità “edge”.

Fonte: Adnkronos

Mentre il resto del cast affoga in una mediocrità tessile imperdonabile per un marchio come Runway, Emily rimane l’unico baluardo di vero stile nel deserto visivo di questa produzione. Il Diavolo veste Prada 2 è un sequel necessario per chiudere un cerchio. Pur con le sue imperfezioni estetiche, vince la sfida narrativa parlando di temi universali: il potere, il tempo e la sopravvivenza delle idee.

Miranda è tornata, e anche se il suo regno è assediato, il suo sguardo continua a tagliare più di qualunque tweet.

Laura Maddalozzo