Nell’arte si prospettano due fronti: quello dell’esecutore dell’opera e quello dello spettatore, entrambi componenti essenziali di questo ciclo comunicativo

Una delle più belle espressioni della creatività umana è l’arte, in tutte le sue forme. Un vero artista non è solo colui che è capace di dare forma alla materia, ma colui che è in grado di trasmettere un messaggio profondo e sublime a chi ammira la sua opera. Le fonti d’ispirazione possono essere molteplici, ma esiste sicuramente una “fonte d’ispirazione universale” capace di rendere immortali le sue opere.

Certamente nell’arte si prospettano due fronti: quello dell’esecutore dell’opera e quello dello spettatore, entrambi componenti essenziali di questo ciclo comunicativo. Questo ci ricorda anche un po’ il senso della creazione in sé, in cui Dio ha creato l’universo e poi l’uomo affinché gioisse, vivesse e ammirasse la sua creazione.
In ogni opera manifesta l’apprezzamento della bellezza, dell’estetica, dell’armonia musicale … Tutti aspetti della personalità umana che consentono di comprendere l’arte. Sono qualità che diamo per scontate, ma anch’esse hanno avuto una loro evoluzione: la nostra capacità di amare l’arte si fa sempre più sottile e più profonda, così come la nostra capacità di attingere da questa “fonte d’ispirazione universale” si rende ogni giorno sempre più immediata.

Nelle diverse epoche l’arte si è modificata ed è stata individuata nei tempi in Arte classica in cui l’opera era un “oggetto bello” con rottura dall’accademico. Arte Moderna che inizia dal 1860 in cui l’opera era un “oggetto espressivo”. Contemporanea e Avanguardia dal 1945 in cui l’”oggetto viene messo in crisi” e infine Arte concettuale tra gli anni 60/70 in cui l’oggetto viene sostituito da un’”Idea, un atto, un racconto”, partendo dalle avvisaglie di Duchamp nel 1913. Oggi biennali, fiere: spazi ricchissimi ed enormi mi aspettano ogni volta che voglio vedere arte contemporanea.

Si entra in sale gigantesche, sature di luci, suoni, materiali spettacolari. Spesso mi trovo davanti a una sola opera, la cui circumnavigazione occupa tutto il tempo che avevo pensato di dedicare a un’intera mostra. O addirittura a volte davanti a un incredibile …vuoto assoluto.

Installazioni, titoli altisonanti e spesso, elemento indispensabile, spiegazioni, fiumi di spiegazioni che invadono le pareti. Ci si ferma, si guarda, si legge. E poi arriva quasi sempre la stessa riflessione: c’era davvero bisogno di cento metri quadrati di spazio per comunicarmi questa idea gonfiata a spettacolo?

Troppo spesso oggi l’opera è l’illustrazione di un’idea preconfezionata. Il presente viene trascurato. L’arte smette così di essere interpretazione e diventa superficie, costruzione, progetto senza ferite.

Bisognerebbe entrare nella pagina, non aspettare di poterla girare.

1) Vincent van Gogh – The Starry Night – Fonte: F.Z.
Una delle immagini più iconiche della storia dell’arte, capace di condensare intensità emotiva e visione personale dell’artista. È spesso considerata simbolo del suo sguardo soggettivo sul mondo.

Anche dentro i linguaggi post-concettuali, l’opera dovrebbe assumersi il compito di elaborare il tempo in cui nasce, dichiarare una visione, esporsi al rischio di un significato riconoscibile. Senza questa assunzione di responsabilità, l’arte smette di essere necessaria. Rimane addosso come una scenografia senza storia, come un titolo senza racconto. Si afferma un’estetica del frammento decontestualizzato, che evoca invece di argomentare, allude invece di esporsi.

Se un’opera esiste solo grazie al testo che la accompagna, allora non è difficile: è vuota. Ed è qui che qualcosa si spezza davvero. Oltre allo stupore, manca ciò che un tempo era naturale: l’intimità dell’artista.
Dov’è l’artista? Perché a malapena riesco a riconoscere un autore?

Manca quella personalità capace di filtrare il presente attraverso la propria esperienza e restituirlo in forma concreta, leggibile, avvolgente. Non servono chilometri di parole accanto all’opera: mi allontanano invece di farmi entrare in profondità.

Il vero viaggio verso l’uomo nasce dalla capacità di trasformare il tempo in una visione personale. L’artista deve occupare lo spazio con sé stesso, assumersi il rischio di esporre la propria interiorità. Senza la sua voce, senza una tensione, resta solo il percorso espositivo. Io cerco un viaggio verso l’uomo.

Un’opera deve creare urgenza, attrito, deve essere una domanda, una presa di posizione, persino un “J’accuse”. Non basta essere un oggetto ben confezionato: deve esserci qualcosa da cercare senza perdersi.

Decisamente mi commuove più un’opera nata da uno spunto semplice, quotidiano, che un’enorme costruzione architettonica di cui non comprendo né il perché, né il senso.

È nel modo in cui un oggetto, un dolore, un sentimento vengono reinterpretati che riconosco l’artista: nella distanza o nella vicinanza tra il mio sguardo e il suo. In questo confronto in questo scambio silenzioso posso entrare davvero in relazione.

I grandi lavori che mi impongono una presenza senza invitarmi a un dialogo non mi offrono alcun coinvolgimento. Senza afflato non c’è arte, ma solo occupazione dello spazio. E l’enorme prezzo di tale operazione che andrà poi smontata da chi l’ha montata e custodita in un altro enorme e più costoso deposito…?

Van Gogh, Modigliani: morivano di fame, e forse non è un caso se proprio loro sono riusciti a dare all’uomo un’arte che ancora oggi ci riguarda e ci sgomenta. Perché l’arte è presenza. È il piacere intimo di poterla avere davanti a sé e tornarci ogni giorno. L’arte vive nella possibilità del ritorno.

Amedeo Modigliani – Portrait of a Young Woman – Fonte: F.Z.
Un esempio del celebre linguaggio di Modigliani: linee allungate, sguardi introspettivi, una presenza che invita alla relazione piuttosto che alla mera osservazione.

Io voglio poterla rivedere interiormente, toccarla con il pensiero, portarla con me dovunque come si porta una parola o una carezza che ci ha cambiati. Voglio immaginarlo in un luogo che, domani chissà, potrebbe essere la mia casa. Voglio sapere che quell’opera esiste e continua a donare…

Francesco Zero