Il concerto all’Antica Stamperia Rubattino è stato un rito collettivo di consapevolezza e bellezza
C’è chi dice che la musica non cambi il mondo. Ma chi era all’Antica Stamperia Rubattino la sera del 9 maggio 2025, sa che certe note riescono a cambiare almeno un frammento di coscienza. Ed è già tanto. È già tutto. Nel cuore pulsante di Roma, a Testaccio, là dove l’arte si fa carne e gli spazi raccontano storie prima ancora di riempirsi di suoni, Alessandro Michisanti – in arte Resiliente – ha portato in scena Convenzioni e Convinzioni, il suo nuovo album. Ma più che un concerto, è stato un rito, una celebrazione della fragilità che si fa forza, della bellezza che nasce dal dubbio, del coraggio di guardarsi allo specchio senza abbassare lo sguardo.
“Prima di essere traguardi immaginati, siamo punti di partenza”. Con questa frase, sussurrata al microfono come una carezza, Michisanti ha aperto la serata. E da lì in poi, il tempo ha cominciato a scorrere in modo diverso. Come se si fosse piegato su sé stesso, lasciando che musica e parole scavassero in profondità, senza fretta, senza filtro. Il disco, disponibile da poche ore su tutti gli store digitali, è un viaggio dentro il labirinto dell’identità. Non quella patinata, costruita, da social network. Ma quella vera, che fatica, che inciampa, che si domanda “È davvero questo quello che voglio?”. Ogni brano è una domanda che risuona tra i vicoli della mente, un invito a disobbedire alle regole non scritte che ci tengono in riga fin da bambini.
Sul palco, accompagnato da una formazione di musicisti eccellenti – Fabio Servilio alla chitarra acustica, Umberto Zanghieri alle tastiere, Valerio Ciucci al basso elettrico e Pietro Quatrini alla batteria – Resiliente ha portato in scena non solo un album, ma una visione. L’unico assente, per motivi familiari, è stato Carlo Travierso, sax soprano, a cui Michisanti ha dedicato un momento di profonda tenerezza, ricordando che “Essere padre è un atto rivoluzionario. È esserci, sempre, anche quando non si è presenti”.

Fonte: A.T.P.
Ogni brano è stato introdotto da piccole confessioni, quasi aforismi, come se Michisanti stesse aprendo il suo diario segreto. In Montagne di plastica, ha parlato della necessità di prendersi cura non solo della propria immagine, ma del mondo che abitiamo. Perché il modo in cui viviamo i nostri spazi parla di noi, della nostra storia, dei nostri limiti. E in quel brano c’era tutta la malinconia di chi guarda il mondo e lo trova ferito, ma ancora degno di salvezza.
Poi è arrivato Resa e pretesa, un inno disarmante all’imperfezione, alla resa intesa non come sconfitta, ma come atto liberatorio. “Se non siamo perfetti non valiamo niente. Ma è rincorrendo la perfezione che ci perdiamo il finale”. Qui la voce di Resiliente si è fatta carezza, invocazione, preghiera laica.
E Pesce rosso – che ha lasciato il pubblico con il fiato sospeso – è stato un dialogo delicato con quella parte di noi che sa già tutto, ma che troppo spesso ignoriamo. Il pesce rosso diventa guida, confidente, specchio di un’anima che cerca la propria strada in mezzo al rumore.
Il momento forse più intenso è arrivato con Specchio, una canzone che è una supplica all’immagine riflessa. “Sospendere ogni giudizio”, ha detto Michisanti, “è il primo passo per amare davvero”. In un’epoca in cui siamo perennemente esposti, giudicati, catalogati, Specchio è un balsamo. Una tregua.
Subito dopo, Un passo indietro, un brano che ha ribaltato l’idea dominante del “progresso a tutti i costi”. A volte fare un passo indietro è l’unico modo per non perdersi. Per rivedere ciò che abbiamo lasciato indietro e domandarci se fosse davvero il caso. Una canzone sulla libertà che passa attraverso la rinuncia, sulla forza che si cela nell’incertezza.
A chiudere la serata, L’unico in gara, l’ultimo brano dell’album, accompagnato da un videoclip che sta già facendo il giro della rete. Un finale in crescendo, potente, quasi catartico. Un modo per dire che, alla fine, la gara più difficile è quella con noi stessi. Ed è anche l’unica che conta davvero.
Il pubblico, che ha riempito la sala in ogni angolo, è rimasto sospeso, rapito, incantato. Nessuno si è alzato subito. Per qualche secondo, dopo l’ultima nota, è calato un silenzio raro, sacro. Come se nessuno volesse rompere la magia.
Paragonare Resiliente a Capossela per profondità e a Concato per grazia è legittimo, ma forse limitante. Perché Michisanti ha una voce e uno stile che sono solo suoi. La sua forza è nella vulnerabilità, nella capacità di dire ciò che spesso non abbiamo il coraggio di pensare.
Ma c’è anche, nei suoi brani, qualcosa di pasoliniano, soprattutto quando canta gli sconfitti. Non è solo letteratura: è un atto politico, una dichiarazione d’amore per chi resta ai margini, per chi non ce la fa secondo le regole del gioco – ma proprio per questo rivela la verità cruda e incandescente del mondo. Come Pasolini, Michisanti non mitizza i suoi protagonisti, li guarda. Li vede davvero. Con quella tenerezza furiosa di chi sa che nel fallimento sociale può annidarsi un’autenticità che nessuna borghesia potrà mai comprare. Viene in mente la Supplica a mia madre, dove dietro l’apparente fragilità dell’affetto si cela la coscienza della perdita, della sconfitta ontologica. Anche Resiliente, come Pasolini, si rivolge agli sconfitti non per salvarli, ma per essere salvato da loro. Perché in quel loro rimanere fuori dai giochi c’è una forma di resistenza. Una resilienza tragica, ma pura.
E in un tempo in cui la musica sembra spesso plastificata, vuota, ridotta a rumore di fondo, Convenzioni e Convinzioni è una boccata d’aria, un lavoro lucido, sincero, poetico, un disco che non dà risposte, ma insegna a farsi domande. E questa, oggi, è la vera rivoluzione.
“Quello che è successo ieri sera all’Antica Stamperia Rubattino non si può spiegare facilmente”, ha scritto Michisanti il giorno dopo in rete. E aveva ragione. Perché certi eventi non si raccontano, si portano dentro. Come un ricordo, come un graffio, come una luce che continua a pulsare sotto la pelle.
E a chi non c’era, non resta che recuperare Convenzioni e Convinzioni, chiudere gli occhi, e iniziare questo viaggio dentro e fuori di sé. Ma attenzione: non è un disco da mettere in sottofondo. È un disco da ascoltare con le cuffie, con il cuore aperto e un po’ di coraggio. Perché – come ci ricorda Resiliente – “le convinzioni sono comode, ma è dalle crepe delle convenzioni che entra la luce”.
Alessandro Tartaglia Polcini
