Significati nascosti spingono sulla sensibilità del singolo spettatore e portano a conclusioni diverse dal punto di vista morale
Stephen Graham, dopo il successo di Adolescence, torna a colpire lo spettatore con un film che viaggia tra il thriller, il drammatico e il distopico, ovvero Good Boy di Jan Komasa. Nel cast anche Anson Boon, Andrea Riseborough e Kit Rakusen.
La pellicola è stata distribuita in Italia da Minerva Pictures e Film Distribution. Si tratta di un thriller psicologico disturbante che racconta la storia di Tommy, un ragazzo ribelle e difficile, che ama fare festa, bere alcool e consumare droghe, nella totale noncuranza del prossimo. Un giorno, però, viene rapito da Chris, un padre di famiglia che decide di rieducarlo con metodi alquanto discutibili, come ad esempio legarlo ad una catena per il collo, per impedirgli di scappare.
Una parabola straniante che, dietro la violenza e la drammaticità della situazione, nasconde un profondo senso consolatorio sulla colpa e sul bisogno di essere visti. Komasa costruisce una narrazione claustrofobica che si svolge quasi unicamente in un solo luogo, la casa di Chris e della sua famiglia, composta da sua moglie e da suo figlio, altri due personaggi che nascondono entrambi numerosi segreti. Una casa grande, ariosa, con un giardino immenso, al quale si contrappone il senso di soffocamento che prova Tommy, libero di muoversi in pochissimi centimetri nel freddo e umido scantinato in cui è rinchiuso. Tramite una sorta di metodo Ludovico, Chris mostra a Tommy alcuni video delle sue bravate, cercando di farlo riflettere, anche con la violenza, sul fatto che ciò che fa è profondamente sbagliato.
Good Boy si interroga su diversi temi, come ad esempio il classico concetto di “il fine giustifica i mezzi”. L’aggressività può essere giustificata se lo scopo finale è quello di togliere un giovane criminale, pericoloso per sé stesso e per gli altri dalle strade? L’opera non fornisce giudizi morali, ma dà allo spettatore tutte le informazioni e i materiali per potersi creare una propria idea della situazione. Non solo, l’altra tematica fondamentale è quella che vede scontrarsi due argomenti agli antipodi, ovvero il fatto per cui Tommy si ritrova improvvisamente privato della sua libertà, ma in un ambiente che lo circonda di attenzioni e, in un certo senso, di affetto e cura. Quando invece il ragazzo era fisicamente libero era anche privo di qualcuno che si prendesse a cuore la sua persona. Nasce, dunque, un conflitto morale distopico che pone lo spettatore e il protagonista stesso in una ragnatela di domande e quesiti che sfiorano l’assurdo, ma che hanno molta realtà al loro interno.

Fonte: Il Cinemino
A completare questo quadro tanto inquietante quanto affascinante, ci sono le interpretazioni del cast che regalano un film profondamente sincero e che cattura lo sguardo e l’animo. Stephen Graham riesce a passare in maniera repentina e leggiadra da un padre amorevole e affabile ad un carceriere senza scrupoli o rimorsi.
Anson Boon, d’altro canto, restituisce il quadro di un ragazzo nervoso, in preda alla rabbia e al menefreghismo, che però, lentamente, cambia visione del mondo e, in qualche modo, sembra ambientarsi in quella situazione così brutale e disumana. Si capisce, fin da subito, che la famiglia ha subito un trauma importante, che li ha portati ad avere dei metodi educativi quantomeno discutibili, ma il regista non lo espone come una giustificazione.
La particolarità di Good Boy è che la sceneggiatura non vuole per forza di cosa spingere sull’empatia dei traumi passati, ogni personaggio rappresentato possiede un lato oscuro che lo ha portato a questo, ma senza fare pressione sul patetico. Dal punto di vista tecnico, l’atmosfera disturbante e straniante è resa ancora più potente da una fotografia cupa e satura che spegne completamente i colori del mondo, portando una tristezza atavica in tutta la narrazione. Tuttavia, il dramma non prevale, il regista è riuscito ad integrare perfettamente al tutto un umorismo nero e un’ironia pungente che spezza la pesantezza della storia, ma senza destabilizzare l’attenzione del pubblico, aumentando, anzi, l’effetto distopico che si prova durante la visione.
Good Boy nasconde diversi significati nascosti che spingono sulla sensibilità del singolo spettatore e che portano, inevitabilmente, a conclusioni diverse dal punto di vista morale.
Un’opera che va vista e vissuta attentamente.
Laura Maddalozzo
