Sulla piazza centrale insistono sia il Municipio che il Museo ed il muro di recinzione di questi immobili istituzionali è decorato con un murales che riporta i passi principali del Manifesto

Sono stato qualche giorno sull’isola di Ventotene, una perla delle isole Pontine, dove nonostante l’afflusso estivo dei turisti, si respira una sensazione di serenità. L’isola vive ancora nella rimembranza di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi, gli autori principali dell’ormai mitico “Manifesto di Ventotene”. Sulla piazza centrale insistono sia il Municipio che il Museo ed il muro di recinzione di questi immobili istituzionali è decorato con un murales che riporta i passi principali del Manifesto. Il tutto è talmente interessante al punto che, nonostante lo conoscessi, ne ho comperato una nuova copia.

Fonte: Repertorio

Il testo è corredato da un’introduzione del Prof. Piero S. Graglia. Persona di cui si coglie la cultura nonostante la brevità dello scritto. Scritto che a mio avviso compie un errore nell’introdurre un’opera ormai storica, e quindi da contestualizzare, riferendosi per lo più alle recenti polemiche politiche che hanno coinvolto le idee di Spinelli e compagni. Nel discorso del Professore troneggia il concetto che il “Manifesto di Ventotene” è un pugno nello stomaco per i postfascisti, termine discusso e discutibile, che lo hanno sempre criticato. Ed inoltre queste critiche sono rivolte a stralci non contestualizzati peraltro corretti dallo stesso Spinelli anni dopo. Tutto vero.

Tra virgolette possiamo certamente affermare che nessuno ha mai concesso ai “Postfascisti”, ammesso che lo siano, una contestualizzazione del pur minimo evento del ventennio. Periodo, sia chiaro, nefasto della storia. Il “Manifesto sferra certamente un pugno nello stomaco, ma dobbiamo stabilire allo stomaco di chi. Sicuramente non a quello di coloro che quelle visioni hanno sempre trovato errate, ideologiche e soprattutto utopistiche.

Fonte: Repertorio

I progressisti, i socialisti di vario tipo, insieme all’ala popolare di sinistra (un po’ come in Italia tra Socialisti ed ala della Democrazia Cristiana di sinistra) hanno governato l’Europa, in maniera stabile, per ottant’anni. Perché non hanno realizzato, o almeno tentato di realizzare, quel fantastico progetto? Perché non hanno imboccato, nonostante questo afflato europeista di stampo socialista, questa via?

In Italia “le masse immature per la democrazia” hanno votato a suffragio universale la costituente nel giugno del ’46 – costituzione poi promulgata nel dicembre del ’47. In pratica due anni dopo la fine della guerra. Forse questa sospensione della democrazia a favore del governo del non meglio identificato “Partito Rivoluzionario” avrebbe messo più in dubbio l’approdo ad un sistema democratico di quanto abbiano fatto le “immature masse popolari”. Ma restano i dubbi a carico di questa sinistra che sventola il sacro Manifesto. Cosa vi ha bloccato? Forse il piano Marshall, che ha permesso alle masse popolari di nazioni distrutte dalla guerra di acquistare una Cinquecento già negli anni ’60? Forse che un’Italia contadina e analfabeta ha preferito vedere i propri figli laureati invece di tentare una improbabile rivoluzione? O forse, ancor più probabilmente, perché anche il mondo di sinistra ha facilmente intuito che quel progetto era solo ideologia ed utopia?

Caro professore, ho paura che quello stomaco tristemente colpito sia il suo. Il problema è che immersi come siamo nel benessere che il capitalismo ha creato dal dopo guerra ad oggi, nel pur faticoso welfare che la rivoluzione difficilmente avrebbe creato, anche lei non se ne è accorto.

Ferruccio Zappacosta