Tra qualche anno, probabilmente, ricorderemo i film, che avranno avuto il coraggio di disturbare e che non avranno chiesto il permesso di essere necessari

Quando un festival smette di rischiare, il cinema rischia di diventare amministrazione. E il Leone d’Oro, da simbolo di libertà artistica, può trasformarsi in un esercizio di prudenza. C’è qualcosa di più interessante, e forse di più inquietante, del semplice elenco dei vincitori di un festival cinematografico, osservare ciò che quei premi raccontano del cinema che una comunità culturale decide di riconoscere. Perché un premio non è soltanto una medaglia assegnata a un film. È una dichiarazione, un gesto critico, una presa di posizione sul presente e sul futuro dell’arte cinematografica.

Ed è proprio qui che nasce la mia perplessità nei confronti delle ultime due edizioni della Mostra del Cinema di Venezia. Per il secondo anno consecutivo, ho avuto la sensazione che sia mancato il coraggio. Non il coraggio di selezionare opere difficili, scomode, politicamente esposte, quello, almeno in parte, Venezia continua ad averlo. È mancato il coraggio più impegnativo, quello di premiare, con il massimo riconoscimento, l’opera che ritieni davvero capace di lasciare un segno.

Nel 2025, The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania si impose come uno dei film più discussi e sconvolgenti della Mostra. Un’opera costruita intorno a una tragedia reale, capace di trasformare il rapporto tra testimonianza, suono, attesa e fuori campo in un’esperienza cinematografica di grande intensità. Non vinse il Leone d’Oro, ma il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, il massimo riconoscimento andò a Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch.

Fonte: Wikipedia

Nel 2026, la questione si è riproposta con NAZA, di Yuval Abraham e Rachel Szor. Un film che ha suscitato una forte attenzione, anche per il suo contenuto politico e per il modo in cui affronta una realtà contemporanea estremamente controversa. La standing ovation, le discussioni e la risonanza pubblica hanno accompagnato il percorso dell’opera, che ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria. Il Leone d’Oro è andato invece a Woman Unknown di May el-Toukhy.

Sia chiaro, non sto sostenendo che i film vincitori siano opere prive di valore, né che una giuria debba necessariamente premiare il film più esplicitamente impegnato. Un festival non è un tribunale ideologico e il cinema non si misura esclusivamente dalla sua capacità di affrontare un tema politicamente urgente.

La domanda, tuttavia, rimane, quando un’opera affronta il presente con una forza particolare, il suo contenuto scomodo finisce per diventare un elemento che pesa nella valutazione artistica?

È una domanda, non una sentenza, ma è una domanda che un grande festival dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Ogni volta che si discute del valore di un film politicamente impegnato, qualcuno ricorda, giustamente, che non basta il soggetto. Che un’opera non può essere premiata soltanto perché racconta una tragedia, denuncia un’ingiustizia o affronta un tema di attualità. Sono d’accordo, il cinema non è un concorso di buone intenzioni. Ma c’è un equivoco che sarebbe opportuno evitare, contrapporre il contenuto alla forma come se fossero due elementi separabili con un bisturi. Il cinema è proprio il luogo in cui un’esperienza, una testimonianza, un conflitto o una realtà storica vengono trasformati in linguaggio audiovisivo.

La regia, il montaggio, la costruzione del punto di vista, il rapporto tra campo e fuori campo, il lavoro sul suono, la durata e la gestione dello sguardo non sono ornamenti applicati a un contenuto. Sono il modo in cui quel contenuto diventa cinema.

In The Voice of Hind Rajab, per esempio, l’assenza dell’immagine della bambina e la centralità della sua voce reale non sono semplicemente una scelta giornalistica. Costituiscono il nucleo di un dispositivo narrativo e percettivo che lavora sulla tensione, sull’attesa e sull’impossibilità di vedere. La sottrazione diventa una scelta estetica. Il fuori campo diventa uno spazio morale e drammaturgico.

Si può discutere la riuscita di questa operazione, naturalmente. Ma definirla soltanto in termini di cronaca significherebbe rinunciare a una parte essenziale dell’analisi cinematografica. E lo stesso vale per NAZA. La questione non è se il film racconti una realtà importante. La questione è come quella realtà venga organizzata, interpretata e restituita attraverso le immagini, i suoni, il montaggio e il rapporto con lo spettatore. Il cinema non diventa meno cinema perché sceglie di guardare il mondo negli occhi.

Fonte: Instagram

Il problema, dunque, non è stabilire se una giuria abbia il diritto di scegliere un film diverso da quello che avremmo premiato noi, naturalmente lo ha. Una giuria non deve rispondere alle aspettative del pubblico, né alle pressioni di chi scrive sui giornali o sui social. Il problema è più ampio e riguarda il ruolo culturale di un festival come Venezia. Un grande festival non dovrebbe limitarsi a registrare il valore delle opere, ma dovrebbe anche assumersi il rischio di sostenerle. Scegliere un film significa attribuirgli visibilità, autorevolezza, possibilità di circolazione. Premiarlo con il Leone d’Oro significa compiere un gesto ancora più forte, dichiarare che quell’opera, in quel preciso momento storico, rappresenta una delle espressioni più significative del cinema contemporaneo. E allora viene da chiedersi se, di fronte a film che entrano nel cuore delle controversie del presente, non intervenga talvolta una forma di prudenza istituzionale.

L’equilibrio è una parola rispettabile, ma può diventare anche una comoda coperta sotto la quale nascondere la paura di esporsi. Il rischio è che il festival finisca per premiare ciò che è più facilmente difendibile, non necessariamente ciò che è più capace di interrogare il pubblico e lasciare una traccia.

Non sto sostenendo che questo sia il motivo delle decisioni di Venezia. Non possiamo conoscere le motivazioni intime di una giuria senza disporre delle sue discussioni e dei suoi criteri effettivi, ma possiamo discutere degli effetti culturali delle scelte e della direzione che esse sembrano suggerire. Un festival non deve essere un’arena politica, ma non può nemmeno fingere che le proprie decisioni siano prive di conseguenze culturali.

Poi c’è il cinema italiano, e qui il discorso diventa ancora più amaro. Anche quest’anno la presenza italiana nella competizione principale non ha prodotto riconoscimenti. A Orizzonti sono arrivate alcune soddisfazioni, ma resta la sensazione di una cinematografia che fatica a trovare una voce capace di imporsi con continuità nel panorama internazionale.

Non è una questione di talento degli interpreti. Il cinema italiano dispone di attrici e attori di grande valore. Il problema è che spesso li ritroviamo dentro opere di ambizione limitata, film ben recitati, ben fotografati, magari formalmente corretti, ma incapaci di oltrepassare il perimetro delle proprie storie private. E così ci ritroviamo con una sorta di riserva aurea di interpreti, continuamente ricombinati in produzioni che sembrano giocare sul sicuro. Un sistema di rotazione degno di una squadra di calcio, soltanto con più primi piani e meno possibilità di retrocessione.

Il punto non è chiedere a ogni film italiano di raccontare una guerra, una rivoluzione o la fine del mondo. Non c’è nulla di male nelle storie intime, nei conflitti familiari, nelle piccole tragedie borghesi. Il cinema ha sempre saputo trovare il grande nel piccolo, ma il piccolo non è automaticamente profondo. E il quotidiano non è necessariamente universale.

La vera domanda riguarda l’ambizione, quanto il nostro cinema è disposto a rischiare sul piano della forma, dello sguardo, della scrittura e dell’immaginazione? Quanto è disposto a uscire dalle proprie rassicuranti abitudini? Mentre il mondo attraversa trasformazioni radicali, il cinema italiano sembra talvolta osservare la realtà da una finestra ben chiusa, preoccupato soprattutto di non sporcare i vetri.

Un festival non è un distributore automatico di premi, è un luogo di confronto, di scoperta e, soprattutto, di responsabilità culturale. Il suo compito non è soltanto selezionare ciò che merita di essere visto, ma anche sostenere opere che possono modificare il modo in cui guardiamo il mondo, non necessariamente quelle che condividiamo, non necessariamente quelle che ci rassicurano, ma anche quelle che ci costringono a mettere in discussione le nostre certezze.

Perché il cinema, quando è davvero vivo, non si limita a confermare ciò che già sappiamo. Ci mette in difficoltà, ci costringe a sostare davanti a ciò che vorremmo evitare, ci chiede di ascoltare anche quando preferiremmo rispondere. E qui torno alla domanda iniziale. Non si tratta di stabilire se Woman Unknown meritasse il Leone d’Oro, né di mettere in discussione il valore di Jarmusch o di qualsiasi altro vincitore. Si tratta di capire se Venezia abbia ancora voglia di assumersi il rischio di premiare un’opera proprio perché è scomoda, divisiva, capace di intervenire nel presente con una forza che va oltre la sua dimensione strettamente narrativa.

Tra qualche anno, probabilmente, ricorderemo pochi discorsi ufficiali, poche dichiarazioni di circostanza e ancora meno diplomazie istituzionali. Ricorderemo i film, quelli che avranno saputo lasciare un segno, quelli che avranno avuto il coraggio di disturbare, quelli che non avranno chiesto il permesso di essere necessari. Il resto sarà cronaca di festival, e il tappeto rosso, da solo, non è cinema.

Alessandro Tartaglia Polcini