Poi lo scontro a distanza con la premier Giorgia Meloni: così Elly Schlein è salita sul ring
Non è stato un corpo a corpo soltanto perché si è consumato da remoto, ma lo scontro politico tra Elly Schlein e Giorgia Meloni è stato il ring mediatico più fisicamente tangibile di un 2 ottobre campale. Al Nazareno la Schlein introduceva la sua relazione davanti alla direzione nazionale del Pd e man mano che il ragionamento prendeva forma, la premier Giorgia Meloni preparava la sua replica a distanza. «Avete fallito, andate a casa. Giorgia Meloni vuole una critica vera? Gliene dico dieci!» stava affermando la leader del Pd contro il governo, quando in un batter d’occhio la presidente Meloni scriveva sui social: «Schlein ha impiegato quasi due settimane per rispondere a una mia domanda e lo ha fatto elencando dieci falsità». Poi la premier aggiungeva: «Con questi ritmi ce la vedo bene a risolvere i problemi degli italiani». Dietro il botta e risposta c’è stato però qualcosa di più strutturale. La direzione del Pd non è stata soltanto l’occasione per Schlein di attaccare il governo, ma piuttosto per mettere in fila i passaggi con i quali intende accompagnare i dem e il centrosinistra verso le elezioni.

Fotomontaggio di La Stampa con Giorgia Meloni e Elly Schlein – Fonte: La Stampa
La sequenza dei temi della sua relazione la dice lunga, dall’allargamento alle forze moderate di centro, alla costruzione del programma comune coinvolgendo tutti, senza perdere di vista però che «uno non vale uno». Il Pd ha il doppio dei voti, rivendica Schlein, «quindi affiniamo il programma comune, ma che sia un patto vincolante». La road map di Schlein, dunque, comincia da lì. È un’impostazione che consentirebbe di rinviare la resa dei conti sulla candidatura alla guida della coalizione. Prima bisogna stabilire che cosa proporre agli elettori, sostiene Schlein, e solo dopo chi dovrà guidare quella proposta. Ma su alcuni dossier le differenze fra le opposizioni sono note, a partire dal riarmo e dalle armi all’Ucraina. La segretaria riconosce l’esistenza di un «dibattito intenso» nel campo progressista, ma sostiene che sia possibile arrivare a una sintesi unitaria.
Lo stesso vale per il perimetro della coalizione. Il Pd punta a un’alleanza non limitata soltanto ai soliti tre (Pd, M5s e Avs). La discussione degli ultimi giorni ha infatti riguardato il coinvolgimento delle forze centriste, come Italia Viva e Casa Riformista di Matteo Renzi, ma anche altre che si stanno coagulando attorno al peso specifico dei loro promotori. Proprio qui si scorge una contraddizione politica che la segretaria dovrà gestire, perché l’unità a tutti i costi richiede compromessi e la rivendicazione orgogliosa sul peso maggiore del Pd pone invece un limite a quei compromessi. Per non trasformare l’allargamento in un’armata Brancaleone alle crociate, la proposta politica alternativa per sottrarre la guida del Paese alla destra dovrà essere sufficientemente larga e soprattutto credibile. «Non faremo più il favore alla destra di dividerci» promette la segretaria.
Sulla questione della leadership Schlein mette sul tavolo due opzioni. La prima è un accordo politico fondato sul principio che a guidare la coalizione sia la forza politica che ha più voti. La seconda «se necessario» sono le primarie. È qui che la questione della leadership smette di essere soltanto una discussione sui nomi e diventa una road map: prima il programma, poi il leader. È uno dei passaggi più impegnativi dell’intera relazione, perché lega direttamente la futura leadership alla legittimazione popolare. Le primarie, dunque, non sono il punto di partenza, ma lo strumento da utilizzare se non sarà possibile raggiungere un’intesa. La distinzione è fondamentale.

Elly Schlein e Giuseppe Conte, vicini ma non troppo – Fonte: Roma Today
Se il ring con Meloni è stato il momento culminante più visibile, la vera partita però si gioca dentro il centrosinistra. Schlein ha chiarito che il programma dovrà essere costruito «con tutta l’alleanza», ma contemporaneamente ha messo in discussione l’idea che tutte le forze debbano avere lo stesso peso. «Se siamo saldamente il primo partito dell’opposizione è perché ce lo siamo guadagnato» sottolinea. La formula per chiudere il passaggio è netta: «Generosi sì, ingenui no». Ed è soprattutto un messaggio al M5s di Conte.
«Riconosco a Elly di avere finalmente fatto appello all’orgoglio sul partito: uno non vale uno sono le parole che attendevamo di sentire e credo che facciano bene non solo a noi, ma anche ai nostri elettori» commenta la riformista Sandra Zampa. Lo fa anche Lorenzo Guerini: «Abbiamo apprezzato lo scatto d’orgoglio della segretaria nei confronti dei 5s e il fatto che si sia ribadito con chiarezza il sostegno del Pd all’Ucraina». Ma l’elogio dura poco, perché arriva la levata di scudi della minoranza contro la linea sulle primarie: l’unica candidata è solo Schlein. Un dito nell’occhio ai riformisti che vedevano in Giorgio Gori il nome in grado di portare al Pd il voto dei cattolici centristi e moderati. «Senza dover subappaltare il compito ai riformisti fuori dal Pd» sottolinea Gori.
Sul finale, Schlein si rivolge direttamente a Palazzo Chigi: «Prima si vota e meglio è per il Paese». La leader dem sostiene che la stabilità, quando si traduce in immobilismo, non costituisce un risultato politico lodevole e contesta il bilancio vantato dall’esecutivo su tasse, salari, costo della vita, lavoro, natalità e crescita economica. La dichiarazione di guerra di Schlein è di trasformare il giudizio sull’operato del governo nel primo terreno di scontro con la maggioranza, aprendo così la fase di lotta senza quartiere più insidiosa in vista delle elezioni. La direzione del Pd ha approvato all’unanimità la relazione di Elly Schlein, ma l’area riformista non ha partecipato al voto. Con queste premesse si guarda al 18 ottobre, giorno dell’assemblea nazionale che darà il via libera alla proroga del mandato a Schlein.
Daniela Binello