La storia e i principi fondamentali della “costituzione” informale dell’autoproclamatosi mondo libero
Il 14 agosto 1941, al termine di un incontro segreto, il primo ministro britannico Winston Churchill e il presidente degli Stati uniti Franklin Delano Roosevelt siglarono, a bordo della nave da battaglia Prince of Wales, ancorata nella Baia di Terranova, la Carta Atlantica.
Un atto non formale, senza firme né timbri, che rappresentò il primo passo verso la futura cooperazione internazionale e il seme per la nascita dell’ONU (il 24 ottobre 1945).

Fonte: Eccoci Toscana
Si tratta, infatti, di una mera dichiarazione del Presidente Roosevelt e del Primo Ministro Churchill di “taluni principi comuni alla politica nazionale dei rispettivi paesi, sui quali essi fondano le loro speranze di un avvenire migliore per il mondo”.
Tra questi principi vi sono il divieto di espansioni territoriali, l’autodeterminazione interna ed esterna, il diritto alla democrazia e all’autogoverno, la pace intesa come libertà dal timore e dal bisogno, la rinuncia all’uso della forza e come sistema di sicurezza generale, il disarmo.
Nonostante l’idealismo di facciata, il cammino della Carta Atlantica fu segnato fin da subito da profonde complessità e interpretazioni divergenti, specchio delle diverse agende politiche dei due leader. La contraddizione più evidente riguardava il principio dell’autodeterminazione dei popoli e del diritto all’autogoverno. Se per il Presidente Roosevelt questo punto doveva applicarsi universalmente (spianando la strada alla decolonizzazione e alla fine degli imperi tradizionali), la visione di Winston Churchill era molto più conservatrice.

Fonte: Vatican News
Il Primo Ministro britannico intendeva quel principio come una promessa di liberazione esclusivamente per le nazioni europee schiacciate dal giogo nazista, e non come un passaporto per l’indipendenza delle colonie britanniche come l’India. Churchill arrivò a dichiarare apertamente in Parlamento di non essere diventato il primo ministro del Re per «presiedere alla liquidazione dell’Impero Britannico». Questo attrito sotterraneo tra l’anticolonialismo americano e l’imperialismo britannico avrebbe ridefinito i rapporti di forza dell’Occidente nei decenni a venire. Tutto questo in un momento in cui gli Stati Uniti erano ancora formalmente neutrali e non avevano ancora preso parte alle ostilità, sebbene Roosevelt stesso li avesse definiti “l’arsenale della democrazia” nel loro supporto economico e materiale alle nazioni alleate.
Il valore geopolitico del documento crebbe ulteriormente poche settimane dopo la sua emanazione. Nel settembre del 1941, durante una conferenza interalleata a Londra, anche l’Unione Sovietica di Iosif Stalin (che era stata invasa dalla Germania pochi mesi prima, a giugno) scelse di aderire formalmente ai principi della Carta Atlantica, seppur con la riserva che l’applicazione di tali punti dovesse tenere conto delle circostanze storiche e delle necessità militari di ciascuno Stato.
L’adesione dell’URSS creò un’alleanza ideologica formidabile, ma mise anche in luce l’incredibile pragmatismo della Carta: un testo nato dall’incontro di due democrazie occidentali diventava il manifesto comune di una coalizione globale che includeva una delle più rigide dittature comuniste del Novecento, unita agli alleati dall’unico, vitale obiettivo di sconfiggere il nazifascismo.
Quando la HMS Prince of Wales lasciò la Baia di Terranova per fare ritorno in Europa, il mondo non era più lo stesso. La Carta Atlantica aveva compiuto una rivoluzione copernicana nella diplomazia: per la prima volta nella storia, la legittimità internazionale non si misurava più sulla base della pura forza militare o dei trattati segreti di spartizione territoriale, ma sul rispetto dei diritti umani, della cooperazione economica e della sicurezza collettiva.
L’accordo informale di Terranova non si limitò a originare l’ONU, ma ispirò direttamente l’intera architettura istituzionale del dopoguerra, dal sistema economico di Bretton Woods (che diede vita al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale) fino alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. Quegli otto punti, scritti a bordo di una nave da guerra nel momento più buio del ventesimo secolo, rimangono ancora oggi il codice genetico delle democrazie occidentali e, correndo il rischio di suonare decisamente retorici, il punto di riferimento per ogni tentativo di preservare la stabilità e la giustizia in materie di politica internazionale.
Alberto Fioretti