Nei momenti in cui la storia sembra perdere lucidità e l’uomo la sua misura, l’arte continua a fare ciò che ha sempre fatto

Quando il mondo trema, l’arte non fugge…

Nei momenti in cui la storia sembra perdere lucidità e l’uomo la sua misura, l’arte continua a fare ciò che ha sempre fatto: essere presente. Resta quando tutto si dissolve, quando la guerra spinge le emozioni ai margini, quando la paura anestetizza i sentimenti. Si fa sentire quando vuole testimoniare.

Viviamo un tempo in cui l’angoscia globale sembra aver oscurato l’intimità. Gli affetti, l’amore, il sentimento, in pratica tutto ciò che normalmente ci àncora alla vita appaiono quasi sospesi, come se il clima di violenza diffusa impedisse a ciascuno di riconoscersi umano. Le immagini della guerra scorrono senza tregua e la nostra capacità di sentirle rischia di consumarsi nella ripetizione.

Eppure, in questo paesaggio emotivo offuscato, qualcosa continua a brillare con una ostinazione che sfida il caos: è la nostra arte. La storia lo mostra con una chiarezza quasi imbarazzante: nei secoli più bui l’umanità non ha smesso di creare. Ha inciso figure sulle pareti delle caverne mentre fuori infuriava la sopravvivenza; ha dipinto crocifissioni, rivoluzioni, bombardamenti; ha modellato la disperazione e la grazia con la stessa materia, trasformandole sempre e comunque in memoria.

R. Guttuso, Bagheria 1911 – Fonte: F.Z.

Ogni guerra, crisi, o crollo civile ha puntualmente trovato, a distanza di tempo, la sua interpretazione più onesta in un’opera d’arte. Perché l’arte, oltre a trasmettere, comprende. Mostra il dolore immediato e lo trasfigura. Sente la crudeltà come dato di fatto, ma la rilegge alla luce di un sentimento dei singoli che, persino quando sembra assente, continua a esistere. Quando tutto sembra disumano, l’arte è la prova che l’umano resiste.

Oggi, un presente in fiamme agita il mondo e moltiplica quel senso di smarrimento collettivo. Gli artisti stanno già mettendo in forma ciò che i popoli non riescono più a dire e ciò che la cronaca non sa trattenere di interpretare. Nei rifugi sottoterra, nelle capitali percorse dal terrore, nei laboratori improvvisati dei profughi, persino nelle comunità digitali, ovunque, l’artista sta producendo in silenzio la futura memoria emotiva del nostro tempo.

Un domani, quando la storia vorrà capire che cosa significasse essere vivi in questi anni, non si farà riferimento ai report militari, né alle dichiarazioni dei governi, né alle interpretazioni della carta. Si tornerà invece a quelle immagini, nate nell’angolo più vulnerabile dell’uomo, le sole capaci di testimoniare la verità. Saranno dipinti, fotografie, poesie, performance, murales forse cancellati e poi riscoperti: e in quelle opere leggeremo non solo la paura, ma anche l’amore che avrà trovato comunque il suo spazio attraverso la mano di un artista.

L’arte è un presidio di umanità che sa dimenticare il lusso dei tempi di pace È lo strumento con cui l’uomo riesce a reagire senza perdersi del tutto mentre intorno a lui ogni cosa va in frantumi. È spesso l’ispirazione più vera e crudele che ci spinge ad esternare e liberare la nostra ansia e il nostro respiro dipingendo, scolpendo, fotografando.

A. Kokocinski Disarcionato, 2015 – Fonte: F.Z.

E soprattutto è una promessa: che la nostra fragilità e il nostro dolore saranno sempre legati alla nostra vita e confidati per come sono, senza filtri e senza interferenze. L’arte parla a sé stessa senza terzi destinatari. È spesso molto amara e tanto sconvolta, ma è autentica e sincera.

Certo non possiamo fermare il male, ma possiamo ascoltare chi, con un gesto creativo, ricompone pezzo dopo pezzo la storia intera. Possiamo capire che, mentre cerchiamo di sopravvivere, l’arte sta già preparando il racconto più fedele di ciò che siamo stati e che saremo in grado di essere ancora.

Francesco Zero