Per contrastare la crisi energetica e rilanciare gli investimenti

Ventidue miliardi di euro in quarantaquattro giorni. È la bolletta aggiuntiva pagata dall’Europa per importare gas e petrolio da quando, il 28 febbraio, la guerra in Iran ha chiuso di fatto lo Stretto di Hormuz. La cifra non viene dai critici: la pronuncia Ursula von der Leyen in persona. Ed è forse l’unico dato su cui, fra Roma e Bruxelles, non si discute. Su tutto il resto la discussione è apertissima, e ha ormai un nome che suona come parola d’ordine: sospendere, o no, il Patto di Stabilità.

La richiesta italiana parte il 9 aprile, in un’informativa urgente al Parlamento. «Se la crisi prosegue non è tabù ragionare sulla sospensione», scandisce Giorgia Meloni, paragonando la situazione allo shock pandemico del 2020. Cinque giorni dopo, al Vinitaly, rilancia con una formula più asciutta: «Muoversi troppo tardi è un enorme errore di valutazione». La sospensione, chiarisce, deve essere generalizzata: non un favore all’Italia, ma una scelta comune. Sulla stessa linea il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che all’Eurogruppo del 4 aprile parla di recessione con una formula che è già un avvertimento: «temo che ci siamo».

La risposta arriva il 13 aprile, dalla stessa von der Leyen. «Al momento non ci sono le condizioni» per attivare la clausola generale di salvaguardia: la soglia, fissata nel Patto riformato del 2024, è quella di una «grave recessione» nell’area euro o nell’Unione nel suo complesso. E oggi, ricorda il commissario Valdis Dombrovskis, non ci siamo. Al suo posto Bruxelles propone un nuovo Temporary Framework sugli aiuti di Stato nell’energia, acquisti congiunti di gas, rilascio coordinato delle scorte. Misure «mirate, tempestive, temporanee», ripete la presidente come un mantra. A patto che gli Stati «non peggiorino i livelli di deficit».

Fonte: MeteoWeb

Sotto il tecnicismo si affrontano due razionalità. Quella italiana è la razionalità dello shock esogeno: la crisi non viene dai conti pubblici di Roma ma dallo Stretto di Hormuz; Bankitalia ha già tagliato le stime di crescita allo 0,5% e paventa un’inflazione fino al 4,5%; uno studio Unimpresa del 16 aprile calcola che la sospensione libererebbe fra 4,6 e quasi 28 miliardi di spazio fiscale — risorse per calmierare le bollette e rilanciare gli investimenti. La razionalità di Bruxelles è speculare: aprire le maglie a chi viaggia con un debito oltre il 135% del PIL, senza una recessione conclamata in tutta l’Unione, rischia di minare la credibilità del Patto appena nato. Entrambe hanno una loro coerenza. Nessuna, presa da sola, basta.

C’è però un paradosso che nessuno può aggirare. La rotta di Bruxelles — più aiuti di Stato, meno flessibilità di bilancio — è quella del 2022, e nel 2022 produsse un’asimmetria pesante: la Germania, con ampio margine fiscale, varò uno scudo energetico da duecento miliardi; l’Italia, senza quel margine, dovette arrangiarsi a debito. Riproporre oggi lo stesso schema rischia di premiare chi ha il portafoglio pieno e penalizzare chi è già al limite, proprio mentre la crisi colpisce tutti allo stesso modo. Non è una questione di simpatia politica: è la geometria stessa dell’Unione monetaria che vacilla.

Il 22 aprile la Commissione presenterà la sua toolbox sull’energia, e il 23-24 i leader europei si ritroveranno al vertice informale di Cipro. Sarà lì il vero banco di prova. Nessuno a Roma può sognare di sfondare unilateralmente — il ricordo del 2011 è troppo vicino, lo stigma dei mercati troppo rapido — ma nessuno a Bruxelles può far finta che il problema non esista.

Quello che si gioca, in realtà, è la stessa scelta che la pandemia impose nel 2020: un’Unione che difende le regole anche quando sono disegnate per tempi diversi, o un’Unione capace di cambiarle quando il mondo cambia. Cinque anni dopo, l’Europa deve dimostrare se quella lezione l’ha davvero imparata — o se l’ha solo, nel frattempo, dimenticata.

Filippo Gesualdi