Si chiama ASML, ha sede in un paesino del Brabante, e senza le sue macchine non esisterebbero né i chip americani né quelli cinesi

Veldhoven è una cittadina di ottantamila abitanti nei Paesi Bassi del sud, e non compare nelle guide turistiche. Eppure, alla periferia dell’abitato si trova quasi certamente l’azienda più importante del pianeta di cui non avete mai sentito parlare. Si chiama ASML, ha ventimila dipendenti, e produce un solo tipo di macchina: quella che permette di stampare sui dischi di silicio i circuiti dei microchip più avanzati al mondo.

Costa centinaia di milioni di euro a pezzo, e la sa fabbricare soltanto lei. Senza ASML non esisterebbero gli smartphone di ultima generazione, le auto elettriche, i data center dell’intelligenza artificiale — né la guerra silenziosa che oggi infiamma i rapporti tra Stati Uniti e Cina.

Fonte: Contropiano

Quella guerra ha avuto un capitolo decisivo il 14 e 15 maggio 2026, quando Donald Trump è volato a Pechino per incontrare Xi Jinping. Sul tavolo c’era un chip: l’H200 di Nvidia, il “cervello” più richiesto al mondo per addestrare l’intelligenza artificiale. Dopo anni di divieti, Trump arrivava con un’offerta sorprendente: gli Stati Uniti erano pronti a venderlo alla Cina, in cambio di una tassa del venticinque per cento. Xi ha ascoltato. Poi le aziende cinesi – Alibaba, Tencent, ByteDance – non hanno comprato. Pechino aveva deciso che era meglio investire sui chip di Huawei. «Hanno scelto di non procedere», ha ammesso Trump sull’Air Force One.

Torniamo a Veldhoven. Quell’H200, fabbricato da Nvidia nelle fonderie taiwanesi di TSMC, esiste solo grazie alle macchine litografiche a ultravioletti estremi costruite in Olanda. I cinesi puntano a replicarle entro il 2028, ma pochi scommettono che ce la faranno; gli americani non hanno alternative. L’Europa è seduta su una leva strategica decisiva – e ASML non è sola: a Catania STMicroelectronics destina 2,6 miliardi al carburo di silicio, a Parigi Mistral AI ha raggiunto quasi dodici miliardi di valutazione proponendosi come alternativa europea a OpenAI.

Il suo fondatore, Arthur Mensch, ha detto pochi giorni fa che l’Europa ha «due anni» per non diventare una colonia digitale americana.

Eppure, Washington tira la corda. Il Congresso americano discute il MATCH Act, che imporrebbe ad ASML restrizioni più dure verso la Cina. L’Aia si oppone – nel 2025 la Cina ha pesato per oltre il trenta per cento delle vendite – mentre Bruxelles prepara un Chips Act 2.0 per il 2027. Il primo prometteva di portare la produzione europea al venti per cento mondiale entro il 2030: oggi si ferma sotto il dodici.

Tre voci raccontano le strade possibili. Per gli atlantisti, l’Europa deve allinearsi agli Stati Uniti. Per i sovranisti digitali, occorre costruire infrastrutture proprie, perché regolare ciò che si compra altrove non è sovranità ma illusione. Per i pragmatici industriali – la posizione del capo di Siemens, Roland Busch – l’autonomia è un lusso che il continente non può permettersi: meglio integrarsi nell’ecosistema americano e correre.

Quel che è in gioco non è astratto: i posti di lavoro a Catania, i prezzi delle automobili, la libertà delle nostre democrazie di non dipendere, per ogni servizio essenziale, da un interruttore acceso a Washington o a Pechino. A Pechino, in quei due giorni di maggio, Trump e Xi hanno parlato di un chip che, senza un’azienda di Veldhoven, non esisterebbe. Di tutto questo, al loro tavolo, non si è parlato. Forse il problema dell’Europa, nella guerra dei chip, non è di forza. È di voce.

Antonio Rossi