James Gunn riscrive la speranza: questo Superman è un atto d’amore verso l’archetipo ed un tentativo di restituirgli un cuore

C’è una scena, a metà film, in cui Clark Kent cammina sotto la pioggia, il cappotto troppo grande che sbatte al vento come le ali di un angelo in punizione. Non vola, non combatte, non sorride. Cammina. E in quel passo esitante, affaticato, James Gunn ci racconta tutto quello che vuole dirci con il suo Superman: che il mito, oggi, ha bisogno di toccare terra prima di tornare a volare.

Dimenticate i fulmini digitali, gli dèi in costume che si inseguono in cieli di plastica. Questo Superman è un atto d’amore verso l’archetipo, ma anche un tentativo disperato, quasi punk, di restituirgli un cuore che batte. Gunn prende il personaggio più difficile dell’intero pantheon supereroistico, il più invincibile, il più retorico, il più irrappresentabile, e lo denuda, lo ferisce, lo costringe a scegliere. E proprio lì, nella scelta, lo rende di nuovo umano.

David Corenswet raccoglie la pesantissima eredità di Henry Cavill con grazia e misura, senza strafare, come se stesse cercando di non disturbare il fantasma del passato. Il suo Kal-El non è un messia marziale né un bodybuilder intergalattico: è un ragazzo che prova a essere buono in un mondo che ha smesso di crederci. È la tenerezza il suo superpotere. La goffaggine. L’incertezza. Ma quando si mette il mantello, quello classico, rosso e blu, con i mutandoni fuori dai pantaloni che oggi sembrano quasi un atto di ribellione estetica, il tempo si ferma. E torna quella magia che sembrava perduta dal ’78.

Fonte: Reddit

Ma non è solo questione di costume e carisma. È la regia di Gunn a fare il miracolo. Abituato a far cantare procioni e ballare astronauti disadattati, qui il regista si misura con l’icona suprema, e lo fa con una sorprendente reverenza. Eppure, dentro questa reverenza, c’è la sua impronta: i dialoghi frizzano, le scene d’azione sono coreografie col cuore in gola, ma soprattutto… c’è ironia. Non cinismo, non parodia: ironia come antidoto al melodramma eccessivo, come gesto umano in mezzo agli dèi. E poi c’è l’epica, quella vera: non nei pugni che spaccano montagne, ma nello sguardo con cui Superman guarda l’umanità, come un padre che spera ancora nei propri figli.

Fonte: newcinema.it

Nicholas Hoult sorprende, inquieta, convince. Il suo Lex Luthor non è un pazzo megalomane, ma un tecnocrate con il sorriso tossico di chi è convinto di avere ragione. È un villain figlio del nostro tempo, con un’agenda più sociale che personale, un’ideologia affilata come il suo taglio di capelli. Un Luthor che teme Superman non perché è forte, ma perché è buono, e oggi, paradossalmente, la bontà spaventa più della forza.

Gunn costruisce intorno a questi due poli opposti una narrazione che è classica nei ritmi ma modernissima nello spirito. Non tutto funziona alla perfezione: il film, a tratti, zoppica tra l’ambizione e la necessità di introdurre futuri personaggi e sottotrame. Ma è proprio lì, in quelle imperfezioni, che si sente il respiro di qualcosa di vivo. Non un prodotto, ma un gesto. Un inizio.

Fonte: newcinema.it

E in fondo è questo Superman: un’alba, non un tramonto. Una promessa, non una certezza. In un panorama di cinecomic stanchi, che arrancano tra sequel e spin-off, Gunn osa fare quello che nessuno ha avuto il coraggio di fare: crederci di nuovo. Non nei numeri, non nel brand, ma nel simbolo. Nel sogno. Nell’uomo.

Perché sì, Superman è un alieno, ma il miracolo è che ci ricorda cosa vuol dire essere umani.

E in tempi come questi, non è forse il superpotere più grande?

Alessandro Tartaglia Polcini