La ricchezza economica generata dalla TV con incontri continui impedisce ai tecnici di impostare una corretta preparazione e costringe i giocatori a continui tour de force

La recente disfatta rimediata in Norvegia dalla nostra Nazionale è l’ultimo episodio di una crisi strutturale che da almeno un decennio sta investendo la squadra azzurra. Dopo aver clamorosamente mancato la qualificazione agli ultimi due mondiali disputati (2018 e 2022) la Nazionale italiana rischia fortemente di non riuscire a qualificarsi anche nell’edizione del 2026. Una crisi sorta nel 2017 quando la modesta Svezia ci negò l’accesso continentale.

Sul banco degli imputati finirono Gian Piero Ventura, allenatore considerato inadeguato e dallo scarso pedigree, e Carlo Tavecchio, presidente della FIGC, fortemente criticato soprattutto dalla stampa. L’insediamento, a capo della Federazione, di Gabriele Gravina non ha prodotto gli esiti sperati sotto il punto di vista delle riforme da lui spesso annunciate. Gli unici cambiamenti sono stati operati nell’ambito della panchina con gli ingaggi milionari di allenatori del calibro di Roberto Mancini e Luciano Spalletti nella convinzione che il manico risultasse decisivo ai fini dei risultati.

Fonte: Avvenire

Ad eccezione di un Campionato Europeo inaspettatamente vinto nel 2021, l’apporto dei tecnici è stato deludente e poco costruttivo; ora si cerca di invertire la rotta affidando la panchina azzurra a Rino Gattuso nella speranza che l’allenatore calabrese possa trasferire il suo proverbiale carattere ai suoi ragazzi. La scelta appare una misura tampone per salvare il salvabile e navigare a vista piuttosto che l’avvio di un nuovo corso.

In tal senso i vertici federali dovrebbero comprendere che i ruoli di allenatore e di selezionatore sono notevolmente diversi e che i nostri migliori risultati li abbiamo ottenuti con selezionatori cresciuti nell’ambito della Nazionale, dalle giovanili alla prima squadra, come Valcareggi, Bearzot e Vicini, rivelatasi maestri nell’insegnare ai loro ragazzi quanto fosse onorevole indossare la maglia azzurra. Fino a qualche anno fa il vestire la casacca della propria nazionale era l’obiettivo massimo per ogni giocatore italiano; prevaleva lo spirito di appartenenza alla propria nazione rispetto ad ogni altro aspetto.

Oggi quella maglia indossata con fierezza nel passato da campioni come Gigi Riva, Paolo Rossi e Roberto Baggio non viene adeguatamente apprezzata per il suo valore e per la sua identità.

Fonte: Numeri Calcio

Stiamo vivendo la crisi più profonda di sempre, molto più grave rispetto a quella storica del 1966, quando la nostra Nazionale venne clamorosamente sconfitta dai calciatori dilettanti della Corea del Nord ai mondiali disputati in Inghilterra. In quella circostanza la Federazione seppe trovare i giusti correttivi adottando misure drastiche come il non poter tesserare calciatori stranieri in campionato, la rinuncia agli oriundi in Nazionale e la riduzione del campionato di ‘Serie A’ a sedici squadre. Fermo restando l’impossibilità di chiudere le frontiere, irrealizzabile e antitetica con i tempi attuali, è da considerare una utopia ridurre il numero delle partite perché in contrasto con gli interessi commerciali dei network televisivi intenti ad offrire quotidianamente lo spettacolo calcio.

Purtroppo, la ricchezza economica e non certo culturale, generata dal carrozzone televisivo con la proposta bulimica di un incontro dietro l’altro impedisce ai tecnici di impostare una corretta preparazione e costringe i giocatori a continui tour de force tali da dover rinunciare, in qualche caso, agli incontri della Nazionale perché stressati e logorati dalle tante partite.

Fonte: Puntero

La prima riforma dovrebbe riguardare la rifondazione e la protezione dei vivai, finalizzata a lanciare sul palcoscenico calcistico giovani giocatori, come accade in Spagna ed in Inghilterra. Occorre creare, subito, un movimento calcistico che rimetta al centro la scuola calcio, la tecnica, la cura dei fondamentali. Oggi il calcio italiano giovanile è troppo condizionato dalla tattica a discapito della tecnica di base, elemento fondamentale per la costruzione di un talento. La rifondazione va effettuata dalle fondamenta, il vivaio rappresenterebbe per ogni società lo zoccolo duro dal quale partire investendo su giocatori prodotti in casa senza bisogno di affidarsi a procuratori e intermediari per comprare calciatori da altri club.

In conclusione, per uscire dalla crisi e tornare ad essere competitivi occorre avere il coraggio di cambiare direzione con una seria programmazione a valere nel lungo periodo partendo dalla crescita e dalla formazione dei giovani talenti. Solo così potremo tornare a essere una grande Nazionale.

Non è solo un aspetto calcistico; è anche una questione di visione, cultura, identità e spirito di appartenenza.

Gian Luca Cocola