La dimostrazione della precarietà del patto sono le battaglie scoppiate qualche giorno dopo il cessate il fuoco

Tutti i protagonisti dell’accordo di Sharm El Sheikh sono consapevoli della fragilità dell’accordo di pace raggiunto. Lo sanno bene gli americani: dopo solo undici giorni i mediatori Jared Kushner e Steve Witkoff sono dovuti ritornare in Medio Oriente. Lo avevano messo nel conto, in fondo da immobiliaristi quali sono hanno portato a casa un accordo generale, si potrebbe dire di massima, ma per i singoli punti sarà necessario molto tempo, insomma i particolari si limeranno, nei mesi a venire. Peraltro, sono molto vaghi i dettagli, è un piano strutturato in venti punti, fatto dagli americani per farlo digerire meglio alle parti in causa.

Una sola pagina, striminzita e dattiloscritta, per contenere un mosaico così complesso come gli equilibri del Medio Oriente. Un accordo ridotto ad un unico foglio dattiloscritto. La dimostrazione della precarietà del patto sono le battaglie scoppiate qualche giorno dopo il cessate il fuoco. Tutto ciò spinge a frequenti mediazioni sul campo da parte degli Stati Uniti. Ma la gravità della situazione è testimoniata dalla Striscia di Gaza dove si vedono solo la devastazione dei villaggi e delle cittadine palestinesi ridotte a un cumulo di macerie. Devastazione accompagnata dal caos provocato dalla inesistenza di una forza di interposizione che neutralizzi i raid delle squadracce dei gruppi organizzati.

Fonte: RSI

I mediatori statunitensi sono consapevoli che la smilitarizzazione della Striscia definita dal cosiddetto “Piano Trump” sarà difficile e lunga, mentre incombe quella che è più di una possibilità, cioè la lunga occupazione dei militari di Gerusalemme. Insomma, ciò che è previsto come temporaneo potrebbe tramutarsi in permanente. Una spada di Damocle che penderebbe sul capo dei vertici di Hamas proprio per spingerli a disarmare le loro milizie. A Washington sperano di poter dar vita ad «una zona sicura» oltre la Linea gialla dove i civili palestinesi terrorizzati da Hamas possano trovare rifugio. Daremo vita a “zone libere da Hamas e dal terrorismo” annunciano a gran voce molti esponenti politici israeliani.

Per adesso dunque l’esercito di Gerusalemme si è ritirato dietro la cosiddetta linea gialla. I giornali, le radio e le televisioni israeliane fanno sapere che il governo di Washington avrebbe redatto una risoluzione per l’invio di un contingente internazionale da far votare dal Consiglio di Sicurezza Onu. Tra le questioni ancora aperte resta l’opposizione di Netanyahu a riconsegnare all’Autorità palestinese del presidente Abu Mazen il governo di Gaza al quale Hamas lo aveva tolto con una azione simile ad un colpo di stato nel giugno del 2007.

Il vecchio leader palestinese è pronto a riprendersi lo scettro del comando a Gaza. Lo ha detto a chiare lettere e lo si comprende bene dalle sue parole rispetto al disarmo di Hamas: “Hamas è un ostacolo alla pace, deve riconsegnare le armi”. Sottintendendo che gli unici ad avere questo diritto sono appunto gli uomini dell’Autorità Palestinese. Hamas continua peraltro a giocare la sua partita, utilizzando ancora la riconsegna dei cadaveri di quindici rapiti come forma di pressione mentre l’accordo esplicitamente scrive che debbano riconsegnarli tutti. Intanto il governo israeliano continua a ribadire la sua visione alla base delle scelte compiute negli ultimi due anni: un tentativo di mascherare le sue responsabilità politiche e militari, che hanno portato alla morte di decine di migliaia di palestinesi.

D’altro canto, amplifica anche l’importanza delle azioni dell’esercito israeliano contro l’Iran e l’Hezbollah in Libano. L’accordo di pace, dunque, è andato in scena ma siamo ancora solo al primo atto, alle scene iniziali, mentre sullo sfondo scorrono le immagini di morte che hanno accompagnato i racconti degli ultimi due anni provenienti da Gaza.

Luigi Marra