Un’opera che si dimostra essere una buona commistione tra horror e commedia

Gli animatronics maledetti e assassini sono tornati, pronti a colpire e a vendicarsi nuovamente, ma stavolta sono più cattivi e irriverenti. Il film, diretto da Emma Tammi, è uscito nelle sale italiane il 4 dicembre scorso, prodotto dalla Blumhouse e distribuito da Universal Pictures Italia. Nel cast tornano Josh Hurcherson, Elizabeth Tail, Piper Rubio e Matthew Lillard, insieme a loro le new entry McKenna Grace e Skeet Ulrich.

È passato un anno dall’incubo soprannaturale alla Freddy Fazbear’s Pizza. Le storie su ciò che è accaduto lì sono state trasformate in una leggenda locale che ha ispirato il primo Fazfest della città. L’ex guardia di sicurezza Mike e l’agente di polizia Vanessa hanno nascosto alla sorella undicenne di Mike, Abby, la verità sul destino dei suoi amici animatronici. Ma quando Abby sgattaiola fuori per ricongiungersi con Freddy, Bonnie, Chica e Foxy, si scatenerà una serie di eventi terrificanti, che riveleranno oscuri segreti sulla vera origine di Freddy’s e sveleranno un orrore a lungo dimenticato e nascosto per decenni.

Il primo capitolo fu un gran successo al botteghino, tanto da spingere la produzione di un sequel che parrebbe aprire ad una serie più ampia. Five Nights at Freddy’s 2 si rivela essere molto più simile alla saga videoludica da cui trae origine, con numerosi riferimenti ed easter egg che puntano dritti al cuore dei videogiocatori nostalgici di quell’atmosfera a metà tra l’inquietudine e il divertimento. Non solo, questo secondo film risulta agli occhi dello spettatore anche molto più cinico e cattivo, pur mantenendo un aspetto equilibrato per rispettare il target a cui si riferisce, ovvero come horror per ragazzi, da una violenza limitata e mai visibile pienamente su schermo.

Fonte: Wired Italia

Il cast originale, già coeso e funzionante, dà il benvenuto a una meravigliosa McKenna Grace, ormai veterana del genere, e il grande Skeet Ulrich, simbolo dei millenials e della cinematografia orrorifica anni ’90 e 2000. La pellicola sfrutta l’ironia e l’umorismo e lo lega perfettamente sia alla cosiddetta tecnica dei jumpscare, qui usati in larga maniera, sia all’ansia e alla tensione creati sia dalla fotografia cupa, sia dalla colonna sonora immersiva. Non solo, come anche nel primo film, la regista affronta anche tematiche più profonde e importanti, quali la solitudine e la mancanza di persone affini al proprio fianco, in un periodo difficile che ogni bambino, o prima o dopo, vive.

Un’opera che si dimostra essere una buona commistione tra horror e commedia, che diverte e tiene col fiato sospeso allo stesso tempo, mantenendosi perfettamente stabile tra un pubblico giovane e uno adulto.

Laura Maddalozzo