Se la funzione del cinema è quella di comunicare emozioni, anche quest’anno ho fatto il pieno
Mercoledì quindici ottobre, mattina presto. Oddio, non proprio prestissimo, comunque devo uscire di casa non oltre le otto per essere alle nove meno un quarto alla prima proiezione alla Festa del Cinema di Roma. Entro frettoloso, e mi avvio verso la sala Sinopoli, mostro il badge ed accedo alla sala. Trovo facilmente il mio posto e mi siedo, pochi minuti e inizia l’avventura che da oggi mi porterà ogni mattina, per tutta la durata del Festival, qui all’Auditorium. Due film al giorno, e questo perché mi limito, altrimenti potrei vederne anche di più, che poi alla fine faranno almeno venti proiezioni, una vera abbuffata per un maniaco appassionato come me.

Fonte: FAI – Fondo Ambiente Italiano
La prima pellicola è del regista romano Riccardo Milani: “La vita va così”. Sullo schermo scorrono le immagini del mare del sud della Sardegna, un posto meraviglioso ancora incontaminato dove un importante gruppo immobiliare vuole costruire un resort di lusso. Una storia che un po’ si conosce, visto ciò che è stato fatto in Costa Smeralda. E va bene, però, c’è un però, Efisio un pastore che da sempre porta le sue mucche a pascolare su quelle spiagge, proprietario di un lembo di terra indispensabile per il progetto immobiliare, non ha alcuna intenzione di vendere. Offerte sempre più allettanti non sembrano smuoverlo e la situazione ristagna per oltre venti anni. Un film ben girato, anche se un po’ scontato, basato su una storia vera che guarda da più angolazioni il contrasto tra lo sviluppo economico di uno spazio meraviglioso come il mare di Sardegna e la salvaguardia del territorio.

Fonte: Roma Today
Finita la proiezione mi sposto nella sala Petrassi, il film si chiama “Hedda”, e qui inizia un’atra musica e, diciamolo pure, un’altra qualità. Siamo intorno agli anni Venti del secolo scorso, le immagini ci portano in una magione dove è in corso una grande festa. Musiche, danze, alcool e champagne a fiumi, insomma tutti gli elementi per una notte indimenticabile, e così sarà. Tanto indimenticabile che la protagonista Hedda, la quale ha organizzato la festa per favorire l’ammissione del marito alla cattedra universitaria di letteratura, si troverà invischiata in un bailamme di giochi di potere, seduzioni e manipolazioni che la porteranno a riflettere su tutta la sua vita. Film bellissimo e potente, assolutamente da vedere. Nei giorni seguenti è un susseguirsi di pellicole italiane.
“Per te” del regista Alessandro Aronadio, tratta la storia vera di un ragazzino di appena undici anni che dedica la sua vita ad assistere il padre, colpito a poco più di quarant’anni da una malattia che gli fa perdere frammenti della sua memoria. Commovente e istruttivo, senz’atro un buon prodotto. Di tutt’altra pasta il film a seguire, “Breve storia d’amore” con Pilar Fogliati, Massimo Giannini e Valeria Golino. Beh, qui devo dire che mi aspettavo la solita storia un po’ melensa su amori brevi, tradimenti e quant’altro e invece mi trovo davanti a un film molto intrigante con un plot accattivante sul quale sin dall’inizio aleggia, in modo quasi impercettibile, un giallo che man mano prende forma e che porterà a una conclusione davvero inattesa. Ora però andiamo su un paio di film sui “secondi”. Si, perché a seguire, nella sala Petrassi si proiettano prima “Quaranta secondi” e poi “Cinque Secondi”. Il primo racconta la storia vera del povero Willy Monteiro ucciso alcuni anni fa in una rissa nella quale si è trovato coinvolto solo per cercare di placare gli animi. Il film, assolutamente bellissimo (alla fine ha vinto il Premio speciale della Giuria al Cast), racconta la vicenda attraverso inquadrature che investono ogni protagonista della storia, arrivando, tassello dopo tassello, a mettere in evidenza la banalità e la casualità del male.
Davvero da non perdere. “Cinque secondi” di Paolo Virzì con protagonista Valerio Mastandrea e Valeria Bruni Tedeschi è un buon film, del resto Virzì è uno che il cinema lo sa fare, che racconta una storia forse non proprio originale, nel senso che a mano a mano che scorrono le immagini sullo schermo si ha la sensazione di vedere qualcosa di già visto, ma certamente ben interpretato dai due protagonisti, insomma, non entusiasmante, ma senz’altro da vedere.

Fonte: ANSA
Arriviamo a sabato e purtroppo riesco vedere solo una pellicola perché più tardi ho un impegno. Il film in questione è “Fuori la verità” di Davide Minnella. Gli interpreti sono piuttosto noti, a partire da Claudio Amendola, Claudia Pandolfi e Claudia Gerini. La storia è presto detta: una famiglia partecipa a un quiz televisivo nel quale è in palio un milione di euro, la contropartita però è di rispondere con totale sincerità alle domande che la conduttrice pone loro. Ovviamente questo mette i partecipanti nella scomoda posizione di rivelare fatti che dovrebbero rimanere assolutamente nascosti. Un film discreto che tuttavia non si distacca dalla modalità della fiction, rivelandosi a tratti banale e scontato. Insomma, uscendo ci domandiamo che fine abbia fatto la commedia all’italiana della nostra gioventù.

Fonte: RaiPlay
Domenica riesco a liberarmi e, alle solite otto e quarantacinque, mi infilo nella Sinopoli dove proiettano “Il falsario”, storia un po’ disordinata di Toni un giovane pittore che giunge a Roma con tanta voglia di arrivare, ma che ben presto si accorge che, se vuole fare strada, più che all’arte deve affidarsi al suo straordinario talento di falsificare qualsiasi cosa, dipinti, firme, documenti, addirittura passaporti. Da qui il passo dall’arte al malaffare è breve, con tutte le conseguenze del caso. Forse un po’ disordinato, come ho già detto, ma il film si lascia vedere, portando lo spettatore verso un finale che sembra già scritto, ma che nelle ultime sequenze prende una strada, almeno in parte, inaspettata.
La mia visione alla Festa del Cinema prosegue lunedì con il bellissimo film “Nouvelle Vague”. La pellicola racconta, attimo per attimo la creazione di un film di culto. 1959, Jean-Luc Godard, giovane critico cinematografico, riesce a girare la sua opera prima: Fino all’ultimo respiro. Godard e la sua sparuta troupe si muovono per le strade di Parigi con i due protagonisti Jean Paul Belmondo e Jean Seberg e filmano uno dei fondamenti della storia del cinema. Con loro, Melville, Chabrol, Coutard, Truffaut, Bresson e Rossellini, insomma un piatto succulento per i maniaci del mondo della celluloide. Nella stessa sala proiettano a seguire “Guerrieri – la regola dell’equilibrio” due episodi di una fiction tratta da un romanzo di Gianrico Carofiglio. Qui mi astengo da esprimere un giudizio, l’unica cosa che posso dire è il pensiero che mi è venuto in mente alla fine della proiezione e cioè, che avrei potuto trovare un modo migliore per passare quelle due ore. La mattinata prosegue con “The things you kill”, pellicola che molto probabilmente non verrà distribuita in Italia e che proprio per questo ho pensato che fosse il caso di approfittare per vederla. Il film narra di un giovane che ritorna in Turchia dopo aver vissuto in America. Qui si trova ad affrontare un lutto, un padre autoritario e un matrimonio in crisi.
Tutto sembra scorrere secondo regole antiche, ma solide, poi però il film vira di centottanta gradi, assumendo una dimensione onirica che in qualche modo traccia il vero significato della storia. Pellicola interessante che lascia lo spettatore sospeso tra sogno (o incubo) e realtà. Le mattinate scorrono veloci e mi accorgo che vedere due o più film al giorno, soprattutto alla mattina, è davvero rassicurante. Arriviamo dunque a martedì ventuno ottobre.
Nella sala Sinopoli proiettano “La preside”, due episodi di una fiction che racconta le difficoltà di una dirigente scolastica a gestire una scuola posizionata a Napoli al centro di una delle più grandi piazze di droga d’Europa. Entro piuttosto scettico, come si è capito non sono un particolare estimatore delle fiction italiane, e inaspettatamente mi trovo a seguire una vicenda che, seppure attraverso un plot piuttosto intuibile, trasmette una positività che riempie l’anima. Forse sarà che a un certo punto della vita si ha bisogno di storie che ci rassicurino, forse sarà che la preside interpretata da una bravissima e bellissima Luisa Ranieri, sprizza positività da tutti i pori, insomma alla fine devo dire che i due episodi mi sono piaciuti e senz’altro, quando verranno trasmessi in televisione, proseguirò nella visione.
Alla Petrassi proiettano “Anima gemella”, un film che affronta un argomento piuttosto delicato. Stella e Achille stanno insieme fin da quando sono ragazzi, sono sposati e hanno un figlio di otto anni; vivono a Latina e lavorano insieme in un’azienda agricola. Tutto ok fin quando la prima e unica leggerezza di Stella, l’avventura di una notte con un ragazzo di colore che vive a Roma, non trasforma la sua vita in un inferno. Succede infatti che Stella, dopo qualche settimana scopre di essere incinta. E fin qui la cosa sembrerebbe gestibile, la situazione però precipita quando partorisce due gemelli, uno bianco e l’altro di colore. Un caso rarissimo, ma possibile.
La pellicola è interessante e ben interpretata, seppure intrisa di un manierismo che la assimila più a un prodotto rivolto al pubblico televisivo che a quello del grande schermo.
Ventidue ottobre, sono arrivato un po’ oltre la metà della kermesse cinematografica romana, sono le nove meno un quarto e mi accingo a entrare nella Sinopoli dove proiettano “It was just an accident” del regista iraniano Jafar Panahi. Le prime immagini mostrano un uomo in macchina con la sua famiglia che, per evitare un cane, sbanda e sfascia la sua auto. Poco dopo arriva in un garage, scende dalla macchina e si rivolge a un meccanico per raccontare dell’incidente e chiedere aiuto. Come muove i primi passi però accade l’imprevedibile. Un operaio che in quel momento si trova nell’officina, si rende conto che quei passi gli ricordano il modo strascicato di camminare di una persona, della quale per altro non ha mai visto il volto, che anni prima lo ha torturato in carcere. L’operaio non sa che fare, crede di non sbagliarsi, ma allo stesso tempo ha dei dubbi, così comincia a seguire l’uomo e alla fine, preso quasi da un raptus, lo rapisce. La pellicola prosegue sulla falsa riga di un road movie nel quale si alternano momenti drammatici ad altri divertenti e al limite del grottesco, in cui lentamente prende forma un aspetto morale che è il vero senso di questo magnifico film, (non a caso quest’anno ha vinto la palma d’oro a Cannes), certamente il migliore visto fino ad oggi.
I giorni scorrono e anche le proiezioni, oggi è il turno di un docufilm molto particolare e, a mio avviso, con una forte caratteristica passionale: “Roberto Rossellini. Più di una vita”. Il grande regista viene raccontato attraverso immagini spesso inedite che mettono in risalto il suo spirito ribelle e il suo grande senso del cinema. La visione di un uomo libero in cui la ribellione e l’etica si sovrappongono togliendo spazio a qualsiasi speculazione che non sia espressamente finalizzata al cambiamento, non solo del sistema cinema, ma, e soprattutto, del modo di concepire il futuro dell’umanità e del pensiero che porterà a questa mutazione. Arrivo così a sabato venticinque ottobre, di fatto è l’ultimo giorno, la sera verranno assegnati i premi e domani la Festa chiuderà i battenti.

Fonte: Roma Today
Mi rimane da vedere “Illusione” di Francesca Archibugi. È sabato, la proiezione inizia come al solito alle otto e quarantacinque, arrivo all’Auditorium alle otto e trenta e noto poche macchine posteggiate, in giro l’aria appare diversa, un’atmosfera da stabilimento balneare alla fine dell’estate, per capirci. Anche la sala Sinopoli è mezza vuota. Mi siedo al mio posto e aspetto con pazienza. Non ho letto niente del film e sono curioso. Le prime immagini ci portano a Perugia, città che siamo abituati a vedere soprattutto come centro universitario. Giovani, qualche bevuta, musica, un po’ di sana movida, insomma i tratti che accompagnano solitamente la vita delle piccole città di provincia.
Subito dopo però la storia ci appare immediatamente lontana da questo stereotipo. Il cadavere di una giovane donna viene infatti ritrovato sotto un cavalcavia appena fuori dal centro. La ragazza è elegantissima e bellissima, ma la cosa che colpisce veramente è che dopo i primi istanti di smarrimento si scopre che la giovane in realtà respira ancora, dunque non è morta. Dalle indagini emerge che si tratta di una moldava che non ha ancora compiuto sedici anni e che sembrerebbe legata a un giro di prostituzione. La ragazza non ricorda nulla e quindi Cristina Camponeschi, sostituta procuratore, (una bravissima Jasmine Trinca), affiancata dallo psicologo Stefano Tagliaboschi, (il sempre ottimo Michele Riondino), iniziano un lungo percorso che metterà in luce scenari inquietanti in cui si intrecciano potere, politica e prostituzione. Si tratta di un ottimo thriller ben sceneggiato nel quale non mancano i colpi di scena con richiami, più nelle atmosfere che nella storia, che di fatto è molto diversa, al delitto di Meredith Kercher avvenuto proprio a Perugia nel non lontanissimo duemila sette.
Esco dalla sala e do un’occhiata all’orologio, sono le undici e fuori c’è il sole. Mi fermo al bar per un cappuccino, intorno l’atmosfera è molto diversa rispetto a qualche ora prima, decine di ragazzini delle scuole, forse anche più di cento, in fila per una proiezione della sezione Alice nella città, il red carpet pullula di fotografi e curiosi, in sala stampa ci sono solo posti in piedi, insomma l’eccitazione appare piuttosto evidente, del resto nel pomeriggio verrà proclamato il film vincitore e la curiosità è palpabile.

Fonte: Cinefilos
Esco dal bar e mi avvio verso il lungo portico per raggiungere la mia macchina. Ancora gente che arriva, telecamere che riprendono qualche volto noto, ancora ragazzini delle scuole che si muovono festanti, seguiti dai loro insegnanti, il villaggio pieno di curiosi e di addetti ai lavori, la sicurezza e le hostess che faticano a gestire gli ospiti. Non c’è dubbio, l’atmosfera è di nuovo quella dei grandi eventi.

Fonte: Il Messaggero
Ormai sono arrivato alla mia auto, giro la testa un’ultima volta a guardare e mi trovo a pensare che domani sera sarà tutto finito, la Festa del Cinema chiuderà il suo scrigno magico e l’Auditorium riprenderà la sua seriosa programmazione di musica e teatro. Sento scendere addosso un po’ di malinconia, ma sto bene. In fondo, se la funzione del cinema è quella di comunicare emozioni, anche quest’anno ho fatto il pieno, tutto il resto è noia, come diceva il Califfo.
Lello Mingione
