Quando il cinema diventa uno specchio (pagato da tutti)

C’è un momento, guardando Il visionario garbato, in cui smetti di chiederti se stai vedendo un film e inizi a domandarti chi lo sta pagando. Spoiler: noi. O meglio, anche noi. Ed è lì che la magia si rompe, come una pellicola che prende fuoco nel proiettore del vecchio cinema di provincia.

Quello che viene presentato come il ritratto elegante di un “mecenate” contemporaneo si rivela, senza troppi giri di parole, un’auto-celebrazione patinata, confezionata da docu-film ma pensata come spot reputazionale. Un’operazione di immagine sostenuta non solo da capitali privati, ma anche, e qui casca il palco, da strumenti pubblici come tax credit e art bonus. Strumenti nati per sostenere la cultura, non per canonizzare un brand come fosse una reliquia.

Parliamo di numeri, perché i numeri non hanno poesia ma dicono sempre la verità. Il visionario garbato è costato quasi 10 milioni di euro. Di questi, circa 4 milioni arrivano dal Tax Credit del Ministero della Cultura. Avete letto bene, quattro milioni di euro di credito d’imposta. Tradotto dal burocratese, una parte consistente di denaro pubblico è servita a finanziare la santificazione cinematografica di un imprenditore. Non mecenatismo, ma PR in pellicola con lo sconto fiscale incorporato.

Fonte: A.T.P.

Quando si fa product placement, perché di questo stiamo parlando, anche se con il vestito buono, i soldi si mettono sul film, non si prendono e si portano a casa come fosse un rimborso spese dell’anima. L’idea che un imprenditore possa produrre, sponsorizzare sé stesso e allo stesso tempo beneficiare di meccanismi fiscali che riducono l’esborso reale al 35% su elargizioni faraoniche è una di quelle cose che confondono il buon senso con la contabilità creativa. Se questo è “sostegno al cinema”, allora chiamiamolo con il suo vero nome: autopromozione istituzionalizzata.

Poi ci sono i cachet. Tutto legittimo, per carità, ma anche qui serve dirsi le cose come stanno. Si parla di 2 milioni e mezzo di euro a Giuseppe Tornatore per regia e soggetto/sceneggiatura. Due milioni e mezzo. Nicola Piovani avrebbe incassato circa 850 mila euro per le musiche. Ottocentocinquantamila euro. Nessuno mette in discussione il valore dei nomi. Il punto è un altro, perché un’intera macchina mediatica e finanziaria si mobilita per celebrare un marchio-persona, mentre registi e autori emergenti, spesso infinitamente più coraggiosi, più affamati, più vivi, e ora anche più bravi, faticano a racimolare briciole? Qui non è mercato, è favoritismo strutturale.

E la Direzione Generale Cinema? La DG che ha erogato questi contributi dovrebbe spiegare come si concilia la selezione dei progetti con il fatto che uno spettacolo-spot privato riceva risorse così ingenti. Non si tratta di demonizzare i capitali privati nel cinema, ben vengano, ma di parlare seriamente di trasparenza, criteri e priorità culturali. Personalmente ho visto dossier solidissimi scartati, film luminosi morire in culla, mentre questo monumento all’ego veniva lucidato, imbellettato e finanziato. Dov’è la tutela dell’arte? Dov’è la cura per il talento che nasce dal basso?

Facciamo un confronto crudo, senza zucchero. I fondi pubblici dovrebbero essere fertilizzante per nuove idee, non concime per l’orticello personale del potente di turno. E invece ci troviamo davanti a un “docu-biopic + megaspot” che resta in sala il tempo minimo sindacale, tre giorni, giusto il necessario, per maturare il credito d’imposta. Più che una strategia culturale, sembra un trucco contabile con tappeto rosso. Curioso, per un Paese che a parole dice di voler combattere questi meccanismi.

C’è chi chiama tutto questo “mecenatismo”. Ma il mecenate vero mette risorse per l’arte, non le usa principalmente per restituirsi immagine e vantaggi fiscali a piè di lista. Il mecenate vero non trasforma il Ministero in una vetrina di marketing personale. Il rischio, concreto, è che si svuoti di senso il principio stesso del sostegno culturale, non si finanziano più opere, ma personal branding con fotografia d’archivio.

E poi, diciamolo, è tutto di un cattivo gusto disarmante. Il “visionario” viene servito tra aforismi filosofici in sovrimpressione, cameo VIP, party da showbiz con politici, finanzieri, facce note. Le foto circolano, e fanno venire l’orticaria. È propaganda edonistica, non cinema. Se Tornatore, con tutto il suo passato, che nessuno cancella, decide di prestare il nome a questa auto-celebrazione, è una sua scelta. Ma non si venga a parlare di sacro, di etica, di cultura alta per mascherare una gigantesca operazione di immagine. Se per Nuovo Cinema Paradiso intendiamo una sfilata di brand e applausi a pagamento, allora sappiamo benissimo dove sta andando questo mestiere.

Chiudendo, e lo ribadisco, attenzione a come si scrivono le regole. Se tax credit e art bonus restano così, diventeranno strumenti per trasformare soldi pubblici in sponsorizzazioni camuffate, in pacchetti reputazionali per chi è già potente. E mentre questi evergreen del potere si autoincoronano davanti alle telecamere, i veri autori, quelli che rischiano, sperimentano, sbagliano, fanno il lavoro sporco, restano fuori campo.

Questo non è aiutare la cultura. È mercificazione della benevolenza. Amen.

Alessandro Tartaglia Polcini