Il vero danno al mercato consiste nella possibilità di creare un ampio divario tra l’apparenza pubblica del titolo e il livello effettivo di verifica dello stesso

Gli italiani hanno una fama antica: quando incontrano una regola, prima ancora di domandarsi come rispettarla cercano di capire se esiste un modo elegante per passarle intorno. È una caricatura, naturalmente, ma contiene un frammento di realtà. Quel gusto per la scorciatoia creativa è riuscito a infilarsi perfino in un settore che dovrebbe vivere di rigore tecnico, documenti, date certe e verifiche: quello dei brevetti.

Per capire il meccanismo bisogna partire dall’inizio. Quando si deposita in Italia una normale domanda di brevetto per invenzione, l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi, UIBM, la trasmette all’Ufficio europeo dei brevetti, EPO, affinché venga svolta una ricerca di anteriorità. In pratica, specialisti del settore cercano brevetti e altri documenti già esistenti per stabilire se l’invenzione sia davvero nuova e se presenti quell’attività inventiva necessaria a meritare una protezione esclusiva. Il richiedente riceve così un rapporto di ricerca e un’opinione scritta che possono essere positivi oppure molto severi.

A questo punto entra in scena il diritto di priorità. Entro dodici mesi dal primo deposito è possibile presentare una seconda domanda rivendicando la data della precedente. È uno strumento fondamentale del sistema brevettuale internazionale, nato per consentire all’inventore di estendere o riorganizzare la propria protezione senza perdere la data originaria. Ma la prassi italiana contiene una particolarità decisiva: le stesse istruzioni ufficiali dell’UIBM precisano che le domande che rivendicano una priorità non vengono inviate all’EPO per una nuova ricerca di anteriorità.

Fonte: Studio Legale Coviello

Ed è qui che il sistema può trasformarsi da strumento legittimo in scorciatoia. Chi opera quotidianamente nel settore conosce bene la situazione: una prima domanda può ricevere un rapporto di ricerca disastroso, nel quale una, più di una, o addirittura tutte le rivendicazioni vengono considerate prive di novità. Invece di affrontare quel risultato, modificare seriamente la domanda o spiegare al cliente che la protezione desiderata probabilmente non esiste, è possibile depositare una seconda domanda, paradossalmente anche identica alla prima, rivendicare la priorità della prima e proseguire lungo un percorso nel quale quella nuova domanda non verrà sottoposta ad alcuna ricerca. Nella prassi, il controllo svolto sulla seconda domanda può così ridursi essenzialmente agli aspetti formali, senza che venga nuovamente verificata la novità rispetto allo stato della tecnica già emerso.

Il risultato è oggettivamente assurdo. La stessa invenzione che pochi mesi prima non aveva superato neppure il requisito più elementare della novità, può arrivare ad avere un numero di brevetto concesso. Sulla carta, almeno agli occhi di chi non conosce il fascicolo completo, la parola che resta è una sola: concesso.

Qui il problema smette di riguardare soltanto gli addetti ai lavori. Un brevetto concesso entra nelle presentazioni aziendali, nei siti internet, nelle trattative commerciali, nelle valutazioni di impresa e nei rapporti con investitori e concorrenti. Può essere mostrato come prova di esclusività tecnologica e può produrre un effetto deterrente anche nei confronti di chi avrebbe perfettamente diritto a utilizzare quella tecnologia. Pochissimi interlocutori, infatti, andranno a ricostruire l’intera famiglia brevettuale per scoprire che una domanda precedente aveva ricevuto un’opinione negativa proprio sulla novità.

È questo il vero danno al mercato: non l’esistenza di brevetti che possono essere annullati, eventualità fisiologica in ogni sistema, ma la possibilità di creare un divario troppo ampio tra l’apparenza pubblica del titolo e il livello effettivo di verifica che quel titolo ha ricevuto. Chi non è specialista legge ‘brevetto concesso’ e presume che un’autorità abbia controllato che l’invenzione fosse nuova. In certe sequenze procedurali, quella presunzione può essere semplicemente sbagliata.

C’è poi una responsabilità professionale che merita di essere detta senza troppi giri di parole. Ripresentare una domanda soltanto per arrivare più facilmente a una concessione può diventare un ottimo modo per mostrare al cliente un risultato tangibile e, nello stesso tempo, generare una nuova pratica professionale da fatturare.

La soluzione non richiederebbe una rivoluzione. Basterebbe che, quando una domanda italiana rivendica la priorità di una precedente domanda già sottoposta a ricerca, l’esaminatore fosse tenuto a prendere espressamente in considerazione quel rapporto e a verificare che le obiezioni decisive siano state superate. Una concessione dovrebbe comunicare al mercato una cosa semplice: che qualcuno ha davvero controllato. Altrimenti rischiamo di avere brevetti formalmente esistenti ma sostanzialmente fragili, buoni per essere esibiti finché nessuno ha interesse, tempo e denaro per metterli alla prova. Una soluzione molto italiana, forse. Troppo italiana per un sistema che dovrebbe premiare l’innovazione vera.

Giulia Zappacosta