Una realtà, quella del “food delivery”, che oggi ha prodotto nuovi schiavi anche grazie alla nostra pigrizia e indifferenza
Da un po’ di tempo a questa parte, è emersa una situazione che era palesemente sotto gli occhi di tutti e che, forse proprio per questo, si preferiva ignorare. Parliamo del servizio a domicilio del cibo che, ancora oggi, viene effettuato dai cosiddetti “riders” (ciclofattorini) i quali, con biciclette elettriche nel 90% dei casi ma anche con motorini, si spostano da una zona all’altra delle varie città per soddisfare gli ordini comodamente effettuati tramite app o chiamate telefoniche.
Una realtà quella del “food delivery” nata negli anni della pandemia del Covid-19 (2020-2021) e che, in quel contesto, aveva trovato la sua giusta collocazione nel tessuto sociale. Sì, perché con le restrizioni imposte dall’allora Governo Conte, risultava impossibile uscire di casa anche solo per fare una piccola e rapida spesa. Il “lockdown”, aveva obbligato tutti noi a rinchiuderci dentro le mura domestiche e, la consegna del cibo a domicilio, risultava l’unico modo per non morire di fame.
Sempre in quel periodo, la possibilità di svolgere questo tipo di mansione socialmente utile era apparsa come una vera svolta per coloro che, di punto in bianco, avevano perso il posto di lavoro ma avevano una famiglia da mantenere. Ecco, dunque, che spesso e volentieri a citofonare alle nostre case sì presentavano giovani ma anche uomini e donne di mezza età, oltre a ragazzi stranieri.
Terminato quel drammatico momento, anche la figura del ‘rider’ è cambiata: da un mix di tratti somatici si è passati a vedere solo ragazzi dalla carnagione scura. Ancora: questo lavoro, che sembrava dover finire con la pandemia, ha continuato a esistere fino ad oggi anche (e soprattutto) grazie alla pigrizia di noi italiani che ci ha portati (e ci porta) a preferire la comodità del divano anziché quella di una sedia di qualsivoglia locale.

Fonte: Il Mattino
Vedendo le modalità di lavoro di questi ciclofattorini alcune domande, almeno a chi scrive, sono sorte spontanee, partendo proprio dall’osservazione del mezzo. Questi addetti hanno tutte biciclette elettriche, pressoché identiche, che sfrecciano a velocità improbabili, considerando la tipologia del mezzo. Com’è possibile questo? Si potrebbe pensare che siano le società a fornire questi velocipedi, anche in considerazione del loro costo. Certo, resta sempre il discorso legato alla velocità. Qualcuno potrebbe pensare che vengano truccate da ‘esperti’ senza scrupoli in accordo con le diverse società.

Fonte: La Stampa
A tal proposito è doveroso sottolineare il comportamento di questi riders che, in barba a tutte quelle regole comportamentali dettate dal Codice della Strada e dal buon senso, sfrecciano lungo strade e marciapiedi, col rischio di procurare gravi incidenti nei quali avrebbero la peggio.
Altro punto, la questione igienica. Vedere questi zaini che hanno una spessa patina di nero sul tessuto a causa dello smog, non induce certo a credere che la situazione interna sia migliore. E, francamente, l’idea che una pietanza debba viaggiare in un contenitore che appare più come un rilevatore di inquinamento anziché come un raccoglitore termico, lascia alquanto a desiderare.
Oggi, tutti si stupiscono per ciò che è emerso a seguito di denunce fatte da alcuni ciclofattorini nei confronti dei propri datori di lavoro. La prima struttura a entrare nell’occhio del ciclone è stata la ‘Foodinho-Glovo’ e, a seguire ‘Deliveroo Italy’. Si è parlato di sfruttamento del lavoro per questi rider e di caporalato. Com’era logico, le indagini si sono estese a macchia d’olio anche su altre società del settore. La Procura di Milano ha notificato che i fattorini, tremila solo nella provincia di Milano e ventimila in tutta Italia, avrebbero ricevuto paghe “in alcuni casi inferiori fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”.

Fonte: ANSA
Retribuzioni, queste, che violano anche la Costituzione, perché non possono garantire una “esistenza libera e dignitosa”. Uno sfruttamento che denota un modo di operare vergognoso e di assoluta illegalità. La Procura ha, quindi, nominato un amministratore giudiziario per quanto concerne la situazione di ‘Deliveroo Italy’, affinché “proceda alla regolarizzazione dei lavoratori”. La società, con una nota, ha fatto sapere che sta “esaminando la documentazione ricevuta dalle Autorità” e sta collaborando alle indagini.
Alcuni lavoratori, si legge nelle pagine del provvedimento, arrivano a guadagnare “circa 1.100 euro al mese”, dopo essersi fatti anche “150km al giorno” per dieci consegne a 3 o 4 euro l’una; in altri casi la cifra non supera i “500-600 euro” e, come denunciato da un fattorino, non ci si può permettere “di rifiutare consegne per mantenere moglie e figli in Afghanistan”. In un altro racconto, si narra la giornata lavorativa: “Inizio il servizio, loggandomi all’app, alle ore 11 del mattino e finisco alle ore 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno (…) la mia paga non è sufficiente (…) Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana delle ore 23 sino alle 7. Purtroppo, devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria”.
Il PM, poi, ha inviato i Carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, nelle sedi di sette società: Mc Donald’s Italia, Burger King Restaurants Italia, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e Kfc (Original Bucket). Queste, per ora, risultano non indagate, ma “in rapporti contrattuali” con Deliveroo e “si avvalgono dei medesimi rider per effettuare le consegne”.
Come sempre accade in Italia, il recinto viene chiuso (forse) quando i buoi sono scappati. Com’è possibile che nessuno si sia mai fatto venire il dubbio che ci fosse qualcosa di poco chiaro vedendo, seppur esternamente, la tipologia di questi lavoratori? Oggi assistiamo a proclami ammantati più dall’ipocrisia che da una sincera rabbia.
Una situazione vergognosa che vede una nuova categoria di schiavi da una parte e di responsabili legali e morali dall’altra. E tra coloro che fanno parte dello schieramento anti-etico, potremmo esserci anche noi ogni qual volta pensiamo di saziare il nostro appetito con un click.
Stefano Boeris
