Diane Keaton non era solo un’attrice, era un linguaggio, il sorriso disarmato e la battuta che arriva storta ma vera

Diane Keaton è morta. Fa quasi strano scriverlo, perché alcune persone sembrano fatte per restare. Per occupare uno spazio che non si consuma, che non si riduce al tempo. E invece il tempo, con la sua puntualità spietata, è arrivato anche per lei. Se n’è andata a settantanove anni, a Los Angeles, la città dove era nata e dove aveva imparato a guardare il mondo con quello sguardo a metà tra ironia e stupore che l’ha sempre contraddistinta. Una polmonite, dicono i medici. Un male improvviso, dicono gli amici. La vita che si chiude con discrezione, senza spettacolo.

Diane Keaton non era solo un’attrice, era un linguaggio, una maniera di stare al mondo, era il cappello a tesa larga e la cravatta, il sorriso disarmato e la battuta che arriva storta ma vera. In un’epoca in cui Hollywood insegnava alle donne a essere qualcun’altra, lei scelse di essere se stessa, fino in fondo. Per questo, forse, è diventata un’icona senza tempo.

Tutto cominciò sul palcoscenico di Broadway, ma fu il cinema a consacrarla. Prima la timida e tormentata Kay Corleone nella saga de Il Padrino, poi l’irresistibile, fragile, intelligente Annie Hall del film di Woody Allen che le valse l’Oscar. Quel personaggio era lei, fino all’ultima sillaba. Non una maschera, ma un ritratto. La donna moderna, confusa, ironica, indipendente, con il cuore sempre in bilico tra sogno e paura. Da allora, ogni ruolo di Diane Keaton ha avuto qualcosa di profondamente suo, un tocco inconfondibile di umanità.

Negli anni è passata con leggerezza da Manhattan a Reds, da Father of the Bride a Something’s Gotta Give. Sapeva essere comica e struggente, sofisticata e buffa, capace di una grazia che non si studiava, si incarnava. Nessuno rideva come lei, con quel modo un po’ esitante, e nessuno piangeva così, con gli occhi lucidi di chi ancora spera. Diane era una presenza, una vibrazione, un segno di vita in un cinema che troppo spesso si prendeva troppo sul serio.

Fu anche regista, produttrice, fotografa, collezionista di case e memorie. Ma soprattutto fu un’anima libera. Non si sposò mai, adottò due figli, Dexter e Duke, e dedicò a loro gli ultimi anni della sua vita. In un mondo che confonde il successo con la perfezione, lei continuava a dichiararsi incerta, vulnerabile, ironicamente imperfetta. E proprio per questo, vera.

Fonte: The New York Times

La sua morte ha lasciato un silenzio dolce e profondo. Gli amici la ricordano come una donna spiritosa e gentile, una che arrivava sul set con una risata pronta e una battuta che scioglieva le tensioni. C’è chi ha detto che ci sono artisti che fanno spettacolo e altri che lo sono. Diane apparteneva a questa seconda categoria. Era uno spettacolo vivente, un piccolo miracolo di autenticità.

La famiglia ha chiesto di ricordarla sostenendo le cause che amava: i rifugi per animali, le mense per i poveri, i centri di accoglienza. Gesti concreti per una donna che, dietro i riflettori, ha sempre cercato di fare del bene senza rumore.

Rivederla oggi in Annie Hall o in Something’s Gotta Give ha qualcosa di struggente. In quelle risate, in quelle esitazioni, in quella luce negli occhi che sembra sapere tutto e niente, c’è la traccia viva di una donna che non ha mai smesso di cercare la verità.

E forse è questa la cosa più grande che ci lascia, l’invito a essere imperfetti con eleganza, a ridere del dolore, a non vergognarci di essere strani. Diane Keaton ha attraversato il cinema come una cometa, non per bruciare, ma per illuminare. E ora che la sua luce si è spenta, continua comunque a brillare, sospesa da qualche parte tra una risata e un ricordo.

Alessandro Tartaglia Polcini