Un nuovo equilibrio per l’innovazione attraverso il nuovo brevetto europeo

Il nuovo brevetto europeo entra in una fase decisiva. Quella che può sembrare una materia per soli specialisti riguarda in realtà da vicino imprese, università, start-up e competitività industriale. Il 6 marzo 2026 l’European Patent Office, l’Ufficio europeo dei brevetti, ha richiamato l’attenzione su questo tema partecipando a una conferenza a Monaco dedicata a una domanda sempre più concreta: la Unified Patent Court, cioè la Corte unificata dei brevetti, e il brevetto unitario stanno davvero funzionando?

Per capire il senso della riforma bisogna partire da un punto semplice. Un brevetto tutela un’invenzione tecnica nuova, impedendone l’uso non autorizzato. In Europa, però, per anni il sistema è rimasto frammentato: dopo la concessione del brevetto europeo da parte dell’EPO, la protezione doveva essere gestita nei singoli Paesi.

Il brevetto unitario nasce proprio per superare questo limite, consentendo con una sola richiesta una protezione uniforme in più Stati membri dell’Unione europea. Accanto a questo strumento opera la UPC, il tribunale internazionale specializzato che punta a evitare cause parallele in diversi ordinamenti. In altre parole, il nuovo sistema vuole rendere la tutela dell’innovazione più semplice, meno costosa e più prevedibile.

Fonte: Studio Legale Sisto

Alla conferenza di Monaco si è discusso proprio di questo passaggio, tra decisioni recenti della Corte, applicazione pratica dei nuovi diritti e temi delicati come il FRAND, sigla che indica condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie nella concessione di licenze nei settori tecnologici standardizzati. L’EPO ha sottolineato soprattutto un dato: oltre 80 mila registrazioni di brevetti unitari nei Paesi partecipanti. La maggioranza appartiene a soggetti europei e quasi la metà degli utenti europei è composta da microimprese, enti di ricerca e piccole e medie imprese. Un segnale importante, perché uno dei timori iniziali era che il nuovo sistema favorisse soprattutto i grandi gruppi multinazionali.

C’è poi il tema della certezza del diritto. Finora la Corte unificata ha confermato le decisioni della divisione EPO che gestisce il brevetto unitario. Per imprese e investitori questo significa maggiore prevedibilità, e quindi meno rischio quando si tratta di fare ricerca, investire e difendere un’invenzione.

Il rafforzamento del sistema arriva mentre la domanda di tutela resta alta. Nel 2024, secondo il Patent Index dell’EPO, sono state presentate quasi 200 mila domande di brevetto europeo, con una forte spinta da settori come intelligenza artificiale, informatica e batterie. Il brevetto unitario viene così visto non solo come una riforma giuridica, ma come uno strumento economico capace di favorire il passaggio dalla ricerca al mercato.

In questo quadro l’Italia ha un ruolo non secondario. Fa parte dei Paesi coperti dal brevetto unitario e ospita a Milano una delle sedi della divisione centrale della Corte unificata dei brevetti. Inoltre, continua a essere uno dei Paesi europei più attivi nella brevettazione, con quasi cinquemila domande presentate nel 2024. Per un tessuto produttivo fatto di medie imprese esportatrici, poter proteggere un’invenzione in più mercati con una procedura unica può rappresentare un vantaggio molto concreto. Resta però una cautela di fondo. La riuscita della riforma si misurerà nel tempo, sulla capacità della Corte di offrire decisioni rapide e stabili e sull’evoluzione di un sistema che non copre ancora l’intera Unione europea. Ma la direzione è chiara: il brevetto unitario e la Corte unificata non sono più soltanto una novità tecnica. Sono uno degli strumenti con cui l’Europa prova a difendere la propria innovazione e a restare competitiva nella corsa globale alla tecnologia. E l’Italia, questa volta, ha la possibilità di ritagliarsi un ruolo più centrale.

Giulia Zappacosta