Gli italiani saranno chiamati ad esprimersi su cinque referendum abrogativi, attraverso i quali possono scegliere di eliminare una parte o la totalità di una norma
L’8 e il 9 giugno prossimi i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi su cinque referendum abrogativi, attraverso i quali possono scegliere di eliminare una parte o la totalità di una norma. Quattro di essi riguardano tematiche relative al mondo del lavoro ed uno le norme per l’ottenimento della cittadinanza italiana. I seggi elettorali rimarranno aperti dalle 7 alle 23 di domenica 8 giugno, mentre lunedì 9 sarà possibile votare dalle 7 alle 15.
Come previsto dall’articolo 75 della costituzione, affinché i referendum abrogativi siano validi è richiesto il raggiungimento del quorum, cioè, che almeno la metà degli aventi diritto vada a votare. Il referendum sulla cittadinanza è stato lanciato da Riccardo Magi, deputato del partito +Eurorpa nel settembre del 2024, raccogliendo nel giro di poco tempo circa 637mila firme. I quesiti sul lavoro sono invece stati proposti dalla CGIL, e riguardano soprattutto il Jobs Act, ovvero la normativa sul lavoro voluta nel 2015 dal governo presieduto da Matteo Renzi.

Fonte: Prefetture – Ministero dell’Interno
Il primo quesito sul lavoro riguarda la normativa sui contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti introdotta dal Jobs Act. Attraverso il referendum i cittadini possono abrogare il decreto che consente di non reintegrare un lavoratore licenziato in maniera illegittima nel caso in cui la sua assunzione sia avvenuta dopo il 2015. In particolare, l’attuale disciplina non prevede nessun obbligo per le imprese con più di 15 dipendenti di riassumere i lavoratori licenziati illegittimamente, neppure nel caso in cui un giudice accerti l’interruzione infondata del rapporto di lavoro. Con l’abrogazione di tale disciplina si tornerebbe alla possibilità di reintegro per molti licenziamenti.
Il secondo quesito riguarda invece l’ammontare dell’indennità prevista in caso di licenziamento nelle piccole imprese. In particolare, i cittadini possono scegliere di eliminare il tesso massimo all’indennità garantita ai lavoratori licenziati in maniera illegittima nelle imprese con meno di quindici dipendenti, permettendo che sia il giudice a determinare l’importo.
Il terzo quesito gli italiani si esprimeranno sulla normativa che disciplina i contratti a tempo determinato. In particolare, potranno scegliere di ripristinare l’obbligo di una causale per i contratti a tempo determinato per i contratti a tempo determinato più brevi di un anno, cioè l’obbligo di indicare per quale motivo si usa questo tipo di contratto.
Il quarto quesito referendario sul lavoro riguarda la responsabilità dell’imprenditore committente in caso di infortuni sul lavoro o malattie professionali. Oggi, la legge prevede che il committente – cioè, chi affida un lavoro in appalto – possa essere ritenuto responsabile in solido con l’appaltatore e gli eventuali subappaltatori solo in alcuni casi, ad esempio quando i lavoratori coinvolti non sono coperti da assicurazione (INAIL o IPSEMA). Tuttavia, la normativa attuale esclude questa responsabilità del committente quando l’infortunio o la malattia dipendono da rischi specifici dell’attività svolta dall’appaltatore o dal subappaltatore.
Il referendum propone di eliminare questa esclusione, ampliando la responsabilità del committente: in sostanza, anche quando l’infortunio deriva da un rischio tipico dell’attività dell’appaltatore, il committente sarebbe comunque chiamato a rispondere insieme agli altri soggetti coinvolti. In caso di vittoria del SÌ, dunque, la tutela dei lavoratori verrebbe rafforzata, attribuendo una maggiore responsabilità anche a chi affida i lavori, specialmente nei settori più esposti agli infortuni come l’edilizia.
Il referendum sulla cittadinanza propone di ridurre da 10 a 5 anni il periodo di residenza regolare e continuativa in Italia necessario per poter presentare la domanda di cittadinanza. Una volta ottenuta, la cittadinanza potrebbe essere trasmessa anche ai figli minorenni. L’obiettivo è modificare l’articolo 9 della legge 91 del 1992, che oggi prevede un limite più lungo per i cittadini non appartenenti all’Unione Europea. Il referendum, però, non tocca gli altri requisiti previsti dalla legge: restano quindi obbligatori la conoscenza della lingua italiana, un reddito sufficiente e l’assenza di condanne penali. In pratica, la riforma interesserebbe potenzialmente oltre 2,3 milioni di persone che vivono stabilmente in Italia. Va anche considerato che, attualmente, tra tempi di attesa e burocrazia, ottenere la cittadinanza può richiedere fino a 13 anni. Ecco perché i promotori parlano del referendum come di una misura per ridurre concretamente i tempi a circa 8 anni.
Il referendum è sostenuto da PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, mentre Azione e Italia Viva sono favorevoli solo al quesito sulla cittadinanza. Contraria è invece tutta la colazione di governo, che ha invitato i cittadini a non recarsi alle urne per non raggiungere il quorum.
Giulio Picchia
