Cosa suggeriscono le strane alleanze della Russia e la Carta dell’ONU?

Dobbiamo immaginare la comunità internazionale – vale a dire la comunità degli Stati – come un vero e proprio ordinamento, caratterizzato da regole scritte e consuetudinarie. Per questo, è possibile fare una riflessione sulla disciplina internazionale relativa all’uso della forza tra Stati. Punto di partenza è l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, che, secondo parte della dottrina, riproduce una disposizione di natura consuetudinaria vincolante per tutti gli Stati.

Segnatamente, tale disposizione riconosce “il diritto naturale di legittima difesa nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite”. Chiaro il significato della norma: qualora venga attaccato uno Stato delle Nazioni Unite deve considerarsi legittimo l’uso della forza. Questa non sembra essere l’unica eccezione che legittima l’uso della forza. Vi è chi afferma come debba considerarsi ammesso anche l’uso della forza per scopi umanitari, vale a dire per proteggere la vita dei propri cittadini all’estero o per rispondere alle violazioni gravi dei diritti umani poste in essere dagli Stati nei confronti dei loro stessi cittadini.

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Inoltre, c’è chi giustifica l’uso della forza anche a scopo preventivo, al fine di legittimare la reazione contro Stati che preparano attacchi contro altri Stati: solo per fare un esempio, si pensi alla guerra della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro l’Afghanistan dopo la strage dell’11 settembre 2001. Questa teoria, tuttavia, non trova unanime riscontro, visto che è stata fortemente condannata da vari Stati nonché dal Segretario Generale delle Nazioni Uniti che ha, nella seduta del 23 settembre 2003 pubblicamente criticato l’uso della legittima difesa preventiva.

Se veniamo al presente dobbiamo infatti renderci conto che coloro che invocano con forza l’intervento militare attivo da parte di una coalizione guidata da paesi occidentali a sostegno dell’Ucraina, scenario che non viene peraltro ormai ventilato più da quasi nessun governo di grandi nazioni europee, non fanno i conti con questa interpretazione della disposizione contenuta nella suddetta carta che ha prevalso nel periodo successivo alle missioni in Afghanistan e Iraq. Tutto ciò in aggiunta ai formidabili rischi che si corrono in un confronto muscolare diretto con la Russia e inevitabilmente, in una certa misura, con i suoi alleati, situazione che rischierebbe seriamente di portare le relazioni fra i due blocchi che, confusamente e sopprimendo moltissime contraddizioni e disomogeneità al loro interno, si stanno venendo a creare.

Fonte: Scienza & Pace Magazine

A questo proposito occorre infatti rilevare quanto sia curioso e francamente stupefacente, per quanto logico e perfettamente comprensibile, che i due principali alleati della Russia, in questo momento, siano l’islamista Iran e la Comunista Corea del Nord.

Abbiamo infatti un’alleanza fra un paese che ha riscoperto la sua identità cristiana ortodossa fino a farne un vessillo identitaria irrinunciabile, un pilastro sul quale rimarcare la sua individualità e costruire il proprio futuro e, dall’altra parte, la Repubblica Islamica dell’Iran, sistema marcatamente autocratico che trae il nucleo del suo ordinamento dal Corano e conseguentemente dalla Sharia nell’interpretazione sciita duodecima e che in alcune occasioni discrimina e vessa i cristiani e non vede certo di buon occhio i comunisti e l’unica vera e propria nazione comunista, seppur su carta e poco più che nominalmente, che avversa e perseguita entrambe le succitate religioni e proclama l’ateismo di stato.

Questo perché l’avversione, la rivalità con l’Occidente, sbandierata strumentalmente dalle élite politiche di quei paesi, è il vero collante di queste bizzarre alleanze.

Alberto Fioretti

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