Il rischio che stiamo correndo oggi è quello di perdere capacità mentali che hanno richiesto secoli e secoli per essere acquisite
Abbiamo parlato già in altre circostanze di come la tecnologia rappresenti un passo in avanti che, in ogni epoca, l’uomo compie per migliorare la propria vita e, di conseguenza, quella dell’intera società. Oggi, a farla da padrona, è la cosiddetta Intelligenza Artificiale (IA in italiano) che, in tutti i campi, sta affiancando quella Naturale per giungere a dei risultati eccellenti in poco tempo.
Ma come funziona questo strumento, frutto della mente umana? In maniera molto semplice (e forse anche un po’ banale) si tratta di un programma che, attraverso un insieme di fonti contenute nel web (database), trova in un tempo rapidissimo risposte a quesiti che vengono posti, inerenti ogni tipo di settore: dall’Arte alla Matematica; dalla Lingua italiana alla Geopolitica e via discorrendo.
Un sistema, dunque, che ha ‘superato’ i parametri d’indagine che fino a non molto tempo fa, l’utente effettuava sui vari motori di ricerca dovendo però scovare il sito più ricco per completare le proprie informazioni, rischiando anche di fare un buco nell’acqua; adesso, le varie IA sono incluse in questi ‘motori’ web e forniscono, immediatamente, spiegazioni assai esaustive ai quesiti posti.
Fin qui, tutto appare incredibilmente bello e privo di pericoli. Ma è proprio quando si abbassa la guardia che una situazione positiva può degenerare. E il primo impatto negativo incomincia a vedersi proprio in quella che, da sempre, è considerata la fucina della mente umana, ovvero la Scuola.

Fonte: Assistenza Scuola
Possiamo comprendere quali danni possono essere procurati da un uso, anzi un abuso, dell’IA unito a una forma di ignoranza, attraverso una lettera di un docente e nella risposta alla stessa da parte della Prof.ssa Paola Spotorno, pubblicata sul giornale cattolico ‘Famiglia Cristiana’:
“Cara Prof, nella mia lunga esperienza di insegnante ho sempre pensato che il digitale dovesse essere usato come supporto didattico, ma che non potesse sostituire il testo cartaceo e la scrittura manuale, che favoriscono lo sviluppo cognitivo, la riflessione e la rielaborazione degli argomenti. Ora non vorrei che, con l’introduzione dell’AI (Artificial Intelligence n.d.r.), come previsto dalle nuove linee guida dei licei, le cose dovessero, se possibile, ancora peggiorare. Giampaolo”.
La risposta:
“Caro Giampaolo, condivido in pieno le tue riflessioni e la paura che anche con l’introduzione dell’AI nei programmi ministeriali dei licei si possa, tra qualche anno, arrivare a rimpiangere queste scelte. In questo quadro, diventa ancora più centrale il ruolo del docente, chiamato a guidare gli studenti nell’uso responsabile di tali strumenti, evitando un approccio passivo e promuovendo, invece, una partecipazione attiva e consapevole. Proprio qui, tuttavia, emerge una preoccupazione non secondaria: molti docenti non dispongono ancora di conoscenze e competenze adeguate a integrare efficacemente l’intelligenza artificiale nella pratica didattica. Il rischio è che l’entusiasmo per la nuova tecnologia porti a un’applicazione disomogenea, “a macchia di leopardo”. Per evitare che l’AI si trasformi in un boomerang, è necessario accompagnare la sua introduzione con una solida formazione degli insegnanti e una riflessione pedagogica profonda. Ritengo, dunque, che la sfida attuale non sia tanto tecnologica quanto culturale: integrare l’innovazione senza perdere di vista i fondamenti della formazione e valorizzando il ruolo insostituibile del docente.”.
Come giustamente viene sottolineato da entrambe le parti troviamo, da un lato la consapevolezza di una Scuola ancora acerba ad accettare e proporre un meccanismo di didattica nuovo attraverso l’uso dell’Intelligenza Artificiale e dall’altro, la consapevolezza che tale ‘immaturità’ debba essere presto risolta per far sì che gli alunni trovino metodi giusti su come relazionarsi davanti a degli algoritmi che rischiano di diventate padroni delle menti umane.
Nulla in contrario nei confronti della tecnologia nemmeno da parte dell’autore di questo articolo che ha avuto il suo primo Computer all’età di 6/7 anni e, prima ancora, oltre ai giocattoli tradizionali, giochi elettronici (nella modalità degli anni ’80) che lo hanno portato ad avere un rapporto equilibrato con l’informatica e i suoi derivati.
Ciò che ci preme sottolineare è come, spesso, un regresso venga spacciato per progresso. Diceva Henry Ford: “C’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano alla portata di tutti”. Il rischio che i giovani e un po’ tutti noi stiamo correndo oggi è quello di perdere capacità mentali che hanno richiesto secoli e secoli per essere acquisite. La comodità di affidarci ai vari tipi di IA, ritenendo le risposte che ci vengono fornite come inconfutabili (nemmeno fossero prese dai Vangeli, ci sia consentito l’ardire) rischia di portarci ad una lobotomizzazione che in un futuro ormai prossimo vedrà al primo gradino del podio l’1% di cervelli ancora attivi e in grado di pensare, al secondo l’IA e in ultimo una moltitudine di menti amebe.
Svegliamoci finché siamo in tempo!
Stefano Boeris
