Un decennio, quello degli anni ’80, in cui nelle città si respirava ancora poesia e saggezza 

Sono passati circa 46 anni da quando, nei cinema, arrivò il primo film di un attore destinato ad avere una collocazione duratura nel cuore degli italiani. Parliamo di Carlo Verdone e del suo “Un sacco bello”.

L’attore romano, che aveva mosso i primi passi davanti alle telecamere nel programma “Non stop” di Enzo Trapani portò, sotto la spinta e l’ala protettrice di Sergio Leone, quei personaggi così bizzarri, quasi assurdi, che rispecchiavano, in vero, il carattere di tanti italiani e, in particolare, di molti romani.

Era l’inizio degli anni ’80, un decennio irripetibile dove la mitomania incominciava a creare dei solchi sempre più profondi tra i ragazzi e gli adulti ‘Peter Pan’. Il giovane Carlo, decise, quindi, di farsi conoscere attraverso la caratterizzazione di tic che facevano (e fanno ancora oggi) ridere ‘de core’. Il bullo, l’impacciato, il logorroico sono solo alcune delle ‘maschere’ usate dall’attore romano nelle sue storie.

Ebbene, a distanza di quattro decenni, Verdone è stato chiamato a celebrare il restauro della sua prima pellicola che, tra le altre caratteristiche, ha avuto la fortuna di immortalare per sempre una Roma che oggi è totalmente scomparsa. Parliamo della Città del silenzio, dove le estati erano scandite dal rumore delle cicale, dal suono delle campane e da qualche motorino ‘smarmittato’ che, molto raramente, passava lungo strade simili a un nastro nero con delle righe bianche al centro.

Fonte: Il Post

L’attore/regista ha posto proprio l’accento su questo aspetto: “Rimpiango la poesia, l’estate piena di solitudine, la Roma che io ho avuto il privilegio di fotografare per l’ultima volta, in quei primi anni ’80. Oggi è completamente cambiata. Non senti più le cicale, non senti più le campane, non senti più quel silenzio. Ormai siamo invasi dai turisti: sentiamo solo trolley e il rumore dei monopattini”.

Fonte: Corriere della Sera

E, in effetti, è proprio così. Senza nulla togliere al film, ormai divenuto un cult e che tutti conoscono, vogliamo soffermarci su questo cambiamento che la nostra Capitale ha vissuto da allora ad oggi. Anche chi scrive ricorda molto nitidamente quei momenti in cui i romani salutavano per un mese intero l’Urbe andando a trascorrere le meritate ferie al mare o in montagna, lasciando che su Roma si posasse una realtà surreale. Il turismo non era minimamente paragonabile a quello che possiamo concepire oggi.

Tutto scorreva con maggior lentezza rispetto ai tempi frenetici a cui siamo tristemente abituati. E questo permetteva di apprezzare veramente ciò che avevamo in mano o davanti agli occhi. C’era un maggior rispetto per sé stessi e per gli altri e, di fatto, la nostra Città era impregnata di una saggezza popolare che non era confinata in rioni come Trastevere o Campo de’ Fiori ma abitava in ogni dove.

Fonte: La Terrazza di Isabel

Verdone ha fotografato molto bene quei momenti anche grazie alla presenza nei suoi racconti di personaggi come Mario Brega e Sora Lella, espressioni massime di una romanità bella, pulita e sincera. Ovunque si sentiva parlare il dialetto romanesco che non aveva niente a che spartire con quel linguaggio volgare che oggi si usa troppo spesso e che, erroneamente e in malafede, viene spacciato come forma dialettale.

Rivedere “Un sacco bello” vuol dire ripercorrere come in un viaggio nel tempo, momenti che hanno caratterizzato la propria giovinezza o infanzia; per chi è nato successivamente, conoscere un passato di questa Città che non tornerà più ma che ha significato molto.

Carlo Verdone ha concluso il suo intervento con queste parole: “Credo di aver fatto un lavoro onesto, ho fotografato un momento, un periodo e sono riuscito a trasmettere quest’anima al pubblico. Ecco perché il pubblico poi è venuto così numeroso: perché, in fin dei conti, vorrebbe rivedere qualcosa di più buono, più ingenuo, come quello rappresentato in ‘Un sacco bello’”.

Stefano Boeris