Il ‘Made in Italy’ è un marchio che ci inorgoglisce ogni qual volta andiamo all’estero. Simone Lamanna è un giovane imprenditore che ha deciso di intraprendere un percorso lavorativo, scommettendo sulle proprie forze
Il ‘Made in Italy’ è un marchio che ci inorgoglisce ogni qual volta andiamo all’estero o sentiamo pronunciare il nome Italia da cittadini che vedono la nostra Nazione come un esempio in termini culturali ma anche imprenditoriali. Sono gioie che ci riportano alle nostre radici e che, troppo spesso sul suolo italico, tendiamo a dimenticare.
Simone Lamanna è un giovane imprenditore che ha deciso di intraprendere un percorso lavorativo, partendo dalle basi e dalla gavetta, per tenere alto il nome del Bel Paese come altri prima di lui, scommettendo sulle proprie forze.

Fonte: S.L.
Capiamo meglio chi è Simone Lamanna: un giovane imprenditore, possiamo usare questa definizione?
Esatto! Giovane imprenditore. Una parola che mi da un certo effetto poiché vengo da genitori che avevano intrapreso un percorso non imprenditoriale ma da dipendenti. Sono cresciuto in questa sorta di filosofia ed è stato difficile scostarmi da questa visione. Ho fatto un percorso per assicurarmi un posto fisso, laureandomi in Ingegneria Gestionale con Master. Mentre studiavo, ho iniziato un business online. La parola ‘imprenditore’ sembra enorme ma piano piano mi ci sono abituato; è un termine che ha rappresentato una sorta di ‘luce’ poiché mi ha fatto comprendere che il lavoro da dipendente non era la mia strada e, con alti e bassi, ho capito ciò che realmente volevo, ossia impattare su tante persone con il raggiungimento di obiettivi ancora intermedi ma importanti.
Qual è il campo imprenditoriale in cui operi?
Ho fondato insieme a Ludovica (la compagna n.d.r.) un’agenzia di Marketing qui in Canada. L’avevamo aperta quando eravamo a Los Angeles e adesso abbiamo clienti sparsi per il mondo. Da poco, ho intrapreso il percorso del ‘personal brand’ in cui aiuto uomini e donne a relazionarsi meglio grazie ad una comunicazione sana. Un ‘personal brand’, dunque, sulle relazioni che si chiama ‘Ciò che non dicono’.

Fonte: S.L.
Un campo imprenditoriale che nasce all’estero, quindi, e che fa supporre anche una conoscenza della lingua più che buona.
Assolutamente anche se non è sempre stato così. Siamo partiti a Los Angeles sei anni fa e non sapevo nulla se non un inglese a livello scolastico. Ludovica aveva fatto un percorso all’estero ma io non ero preparato come oggi. La lingua l’ho imparata sul posto, andando al supermercato e memorizzando i nomi delle etichette. Poi, parlando con la gente sono riuscito a migliorare il mio modo di esprimermi e di comprendere.
Quindi la classica scuola ‘di strada’ che poi è, forse, quella più diretta perché ti porta a dover ‘sopravvivere’ quotidianamente con la realtà che hai davanti…
È vero. È proprio così. Ho svolto anche corsi ma ciò che apprendi sul campo non te lo dà nessun corso.
Nella nostra Nazione l’espressione ‘Burocrazia’ mette sempre spavento e spesso scoraggia le persone a realizzare i sogni. All’estero, invece, come funziona per chi parte da zero, come nel tuo caso?
Beh, sfortunatamente l’Italia è conosciuta per non agevolare l’imprenditore e questo è un peccato perché è il Paese più bello del mondo. Il Canada, in questo senso, da benefici maggiori all’imprenditore creando dei network in cui è possibile gestire in autonomia un’azienda. C’è una visione differente, più moderna e vicina all’imprenditore che può focalizzarsi al 100% sul proprio obiettivo. Noi italiani, poi, abbiamo molta capacità di adattamento anche perché trovandoci in situazioni burocratiche più semplici ed avendo un’esperienza nostrana, in tal senso, più complessa, ci risulta facile apprendere i percorsi da seguire per mettere su un’attività.
Gli imprenditori canadesi come vedono i loro colleghi italiani? Provano ad attingere degli esempi del ‘Made in Italy’? C’è un rapporto amichevole tra le parti?
Assolutamente sì. Ne parlavo con un imprenditore canadese ed è incredibile come l’Italia abbia creato questo marchio del ‘Made in Italy’ della qualità e ciò fa assolutamente piacere. Veniamo visti come positivi da tutti e anche l’approccio con i colleghi è ottimo. Ci sono ancora cose da migliorare ma la nomea è positiva e dobbiamo essere fieri di essere italiani.
Visto che abbiamo parlato di burocrazia: la tassazione che, anche in questo caso, rappresenta una nota dolente per noi italiani, come è vissuta all’estero? C’è un rapporto più equo tra il guadagno e il versamento nelle casse dello Stato o no?
A livello aziendale/imprenditoriale è molto ridotta, quasi un terzo rispetto all’Italia; a livello di dipendente, invece, è molto simile all’Italia.
L’imprenditore, dunque, ha un canale ‘privilegiato’ in termini di tassazione?
Sì.
A livello di servizi pubblici, il cittadino percepisce un ritorno proporzionato in base ai tributi che gli vengono chiesti?
Allora, facevo questo discorso con persone che sono qui da decenni. Il Canada oggi è cambiato perché una volta c’era sempre il ‘sogno americano’, almeno dalla prospettiva italiana dove si tende a unire l’idea statunitense con quella canadese facendola diventare un’unica identità. Per rispondere alla tua domanda, qui è un argomento molto dibattuto. Vivendoci vedo che bus, metro e servizi in generale funzionano ma chi ci abita da molto più tempo mi dice che il trend è cambiato in negativo. Era molto più valido in passato.
La linea di demarcazione può essere rappresentata dal periodo del Covid-19 che, spesso, viene identificato come chiusura di un capitolo e apertura di uno nuovo?
Assolutamente. Il Covid ha segnato un momento da cui alcuni imprenditori si stanno ancora riprendendo. Si vede negli occhi di molta gente una sfiducia nel futuro e che le cose possano tornare come prima. Soprattutto in America ci sono molti drogati che vagano per le strade, dando un’immagine negativa. Sai, a me poi piace dire ciò che fa scomodo ed è per questo che ho creato il brand ‘Ciò che non dicono’ perché mi piace dire la verità.
A proposito di comunicazione, come vedi questa realtà dei social che molto spesso vengono usati, ma sarebbe più giusto dire ‘abusati’ per comunicare?
I Social sono uno strumento che amplifica ciò che sei. Se sei una persona ‘off line’ che ha una certa tipologia di vita che tende ad abbassare il prossimo e a fare cose poco giuste, ecco che il social va ad amplificare questo atteggiamento negativo. Al contrario, se ti poni come una persona ‘positiva’, diventa uno strumento utile. È poi importante capire se sei tu che sfrutti i Social o vieni sfruttato da questi. È sempre lì la chiave.

Fonte: S.L.
Un confine sottilissimo, specialmente per i giovanissimi…
Sì, molto. Purtroppo, i Social sono uno strumento che, se preso male, può diventare mortale perché fa perdere di vista la realtà portando le persone a vivere di ‘like’ senza riuscire a vedere la realtà per ciò che è.
Ti è mai capitato di trovarti con persone, passami il termine, ‘drogate’ da questa realtà dei Social da avere difficoltà a riabituarle a guardarsi negli occhi e a parlare senza l’utilizzo di uno schermo?
Assolutamente! Ancora oggi mi capita di parlare con persone che sono perse e faticano a guardare l’altro negli occhi per via di una percezione della realtà totalmente alterata e questo spiega il perché certe relazioni non riescano ad andare avanti. Troppo spesso l’unica cosa che si ha in comune è uno schermo.
Qual è la fascia d’età delle persone con cui operi?
È variegata: si va dai 20 ai 50 anni. Non c’è uno specifico target anche perché sui social mi scrivono persone di diverse fasce anagrafiche.
Progetti per il futuro?
Ce ne sono tanti. Piano, piano li faremo tutti. Una piccola anticipazione che ti posso dire è che con Ludovica, mia partner di vita e lavorativa, e con il personal brand ‘Ciò che non dicono’ faremo uscire un libro in cui tratteremo la diversità tra uomini e donne ma non voglio aggiungere di più. Un paio di mesi e, sui nostri social, usciranno le prime notizie. Aspettatevene delle belle, perché sarà dirompente. Ci stiamo mettendo anima, cuore per un qualcosa che il mercato non ha ancora visto. Stay tuned!
Un’ultima domanda Simone: com’è lavorare con la propria partner? C’è intesa o ci sono battibecchi che casomai si riversano anche fuori l’orario lavorativo?
Ci sono pro e contro. Diciamo che la nostra relazione ne ha vissute di cotte e di crude, proprio perché lavoriamo insieme. Fortunatamente, ad oggi dopo sei anni che stiamo insieme e cinque di business, siamo riusciti a trovare una quadra. L’importante è comunicare e avere i propri spazi personali. Ormai, abbiamo capito che davanti ai problemi lavorativi ciò che va fatto è ‘rispondere’ con una passeggiata e non discutere in quel momento perché sennò volano piatti!
Beh, è un esercizio anche quello. Riuscire a tenere separate le due cose (vita privata e vita professionale) e a fare una sorta di training autogeno…
Quello di separare le due cose è un ‘must’, altrimenti ti risucchia.
Simone, ti ringrazio per questa intervista e auguro a entrambi tutto il meglio.
Grazie mille! È stato un piacere!
https://linktr.ee/ciochenondicono.simonelamanna
Stefano Boeris
