È un metaforico ingresso dietro e dentro le quinte della maternità e della paternità quello che ci propongono Luana Pantaleo e Antonio Guerriero interpretando “Anagramma di madre” un testo di Betta Cianchini per la regia di Giuseppe Miale Di Mauro

Già presentato nei giorni scorsi al Teatro San Carluccio di Napoli e riproposto il prossimo 17 aprile al teatro San Luca di Pozzuoli e il 18 e 19 al Theatron di Portici, la commedia si propone di snocciolare situazioni e dialoghi, impressioni ed emozioni connesse con la storia di una coppia che decide di realizzare la nascita di un figlio ma sviluppando elementi diversi e originali.

E se è vero come è vero che il tema può non apparire originale, essendo quello della maternità e paternità un argomento tra i più classici e sfruttati nel teatro, la lettura e la proposta di regia di questo testo, che si vuole comunque caratterizzare con i tratti della commedia, riveste elementi di originalità e di profonda attualità poiché ancorata al periodo storico e sociale che stiamo vivendo.

E così tra una risata, una battuta, dei silenzi imbarazzati o semplicemente sorprendenti, una comunicazione che si riscopre spesso inadeguata e incompleta rispetto a prima, i due protagonisti (marito e moglie sulla scena come nella vita) si trovano a fare i conti con una realtà esterna e interna mutevole, cangiante, sorprendente al di là di ogni aspettativa. Il nuovo ruolo cui sono chiamati infatti, non si acquisisce in modo automatico, ma implica una costruzione quotidiana, momento per momento, soggetto alle variazioni emotive e di pensiero, al dover rispondere ad aspettative di altri o a tradizioni tramandate.

Fonte: il Gazzettino vesuviano

Trova spazio, in questa commedia, non solo una nuova dimensione della maternità già nella fase di attesa e di costruzione, ma anche nell’immediato post partum con possibili momenti di crisi che possono anche confluire in momenti depressivi. Una dimensione che coinvolge anche il ruolo della figura paterna, tradizionalmente periferica rispetto alla esclusività della madre legata alla biologica crescita del figlio nel grembo, chiamata invece a confrontarsi con nuovi comportamenti, con riflessioni, con emozioni inattese. Il cambio di condizione da coppia a genitori non è solo un elemento aritmetico condizionato dalla presenza di un terzo, il figlio, ma anche dalle inevitabili triangolazioni che l’essere in tre comporta rispetto alla linearità di essere in due.

Riprendendo la metafora iniziale, sul palcoscenico della vita reale, la rappresentazione della maternità e della paternità, richiedono una partecipazione intensa, uno sforzo sostanzioso e la possibilità che gli interpreti sappiano adattare continuamente il loro copione esistenziale senza soluzione di continuità. Solo la disponibilità a comprendere e comprendersi, a condividere e modificare può rappresentare la giusta via da percorrere in un’esperienza, come quella della genitorialità che è sempre originale e irripetibile.

La regia di Giuseppe Miale Di Mauro consente un continuo trasporto dello spettatore sulla scena, alternandone il ruolo passivo di fruitore di quanto avviene sul palcoscenico alla possibilità di ritrovare dentro di sé dettagli e frammenti di vissuti emotivi diretti o riferiti. In questo un valore aggiunto è dato dalla costruzione di una rappresentazione scenica e rappresentazionale che riesce a contemperare gli elementi narrativi legati al testo e funzionali allo svolgersi della commedia con quelli invece emozionali, legati ai vissuti dei due personaggi e fortemente valorizzati, oltre ovviamente che dal testo, soprattutto dal non verbale, dalle espressioni del viso, dalle pause e dalle incertezze comunicative.

Una menzione va certamente anche ai due interpreti, Luana Pantaleo e Antonio Guerriero che rappresentano per la loro esperienza pregressa esempi di qualità espressiva mimica di alto livello, sapendo con duttilità passare dal momento riflessivo ai limiti del drammatico a quello ironico ai limiti del popolare e caricaturale senza mai eccedere oltre la giusta dimensione.

Giuseppe Fabiano