Maurizio de Giovanni, con i due romanzi dell’Orologiaio, ha sperimentato un altro spazio narrativo della sua già numerosa e qualitativamente rilevante produzione letteraria
Appena conclusa la lettura de “Il tempo dell’orologiaio” di Maurizio de Giovanni, seconda e conclusiva parte della storia iniziata con L’orologiaio di Brest, mi è tornato prepotente in mente l’Ulisse di James Joyce e la sua concezione del tempo così paradossale e contro la logica tradizionale: Il tempo non ha un ordine cronologico, passato, presente e futuro si scontrano nell’arco di un singolo secondo. Questa riflessione si è accompagnata anche ad un’aura legata ad alcune teorie e principi della fisica quantistica che valorizza l’idea di flusso rispetto a quella di consequenzialità ordinata e relazione causa effetto.
Credo che Maurizio de Giovanni, con i due romanzi dell’Orologiaio, abbia potuto sperimentare e farci sperimentare un altro spazio narrativo della sua già numerosa e qualitativamente rilevante produzione letteraria. Lo scrittore napoletano aveva già, anche nel recente passato, abbandonato la comfort zone delle sue storie seriali, esplorando altri spazi narrativi (uno su tutti “L’antico amore”) ma con la miniserie dell’Orologiaio ha percorso rotte letterarie particolari.

Fonte: Feltrinelli
E se al baricentro narrativo è stato posto il tempo, sia nella sua versione più metaforica possibile che come motore e pilastro della storia, non si può non sottolineare ancora una volta (https://www.corrierediroma.org/lorologiaio-di-brest/) il ruolo degli ingranaggi narrativi, rappresentati dai personaggi, dai ricordi, dai segreti, dalle menzogne, dagli affetti negati o espropriati, dai poteri occulti e potentissimi che hanno attraversato la realtà italiana degli ultimi tre decenni del secolo scorso.
Una realtà che, ora come allora, rischia di entrare nella sabbiatura dell’oblio, nella vernice coprente dei vuoti di memoria, nell’assoluzione semplicistica di misfatti e delitti, di cupe zone d’ombra e di squallidi personaggi perché l’effetto coprente del tempo che passa ed è passato, ne sfuoca i dettagli, ne modifica i contenuti, ne sfibra la sostanza, ne corrode i contorni.
Ma sul terreno della Storia rimangono le vittime dirette e quelle che ne hanno subìto le conseguenze, con la consapevolezza che rigurgiti travestiti possono far tremare ancora i pilastri della convivenza civile e delle giuste aspettative di vita. Maurizio de Giovanni riesce sul suo spartito narrativo, a scrivere le note dei singoli personaggi e delle loro profondità emotive, tracciando con armonia, acuti e bassi, pause e impennate, con un ritmo narrativo che rispetta le consolidate regole delle rappresentazioni teatrali, anche sul metaforico palcoscenico della Storia.
Nell’Orologiaio di Brest il ritmo e i contenuti creano la costruzione della storia e le apparizioni dei personaggi mentre nel Tempo dell’Orologiaio, il ritmo narrativo diventa crescente, a tratti incalzante dove la suspense e il fiato sospeso del lettore, anziché funzionare come pause, lo fanno correre all’inseguimento del tempo narrato, risucchiato nell’ingranaggio ordito di cui diventa una rotella imprescindibile a fianco della altre rotelle rappresentate dai personaggi e da tutto quello che li riguarda.
E tutto proprio come diceva Joyce: in un attimo o in più attimi, nel passato, nel presente, nel futuro.
Giuseppe Fabiano
