Giovani, lettura e adulti in ritardo ma forse il vero compito degli adulti è creare occasioni in cui leggere torni ad avere senso

Ogni generazione ha avuto il suo modo di accusare quella successiva di non capire più nulla. Prima erano i romanzi a distrarre dai doveri, poi la televisione, poi i videogiochi, poi internet. Oggi il bersaglio sono gli smartphone e la lettura frammentata: messaggi brevi, video, notifiche, testi consumati in pochi secondi. Eppure, dietro l’allarme sulla comprensione del testo degli studenti, c’è una domanda più seria della solita nostalgia: stiamo davvero perdendo la capacità di leggere, o stiamo misurando con strumenti vecchi un’intelligenza che si muove anche altrove?

I dati non vanno liquidati con leggerezza. Le prove INVALSI, cioè le rilevazioni nazionali dell’Istituto che valuta il sistema scolastico italiano, mostrano fragilità importanti. Nel 2025, all’ultimo anno delle superiori, solo il 52% degli studenti ha raggiunto almeno il livello base in Italiano; significa che quasi uno studente su due fatica a dimostrare competenze considerate adeguate al termine del percorso scolastico. Anche alla fine della terza media il quadro è impegnativo: oltre quattro studenti su dieci non raggiungono la soglia sufficiente in italiano. Non è un dettaglio tecnico. Capire un testo significa capire un contratto, una notizia, una prescrizione medica, un programma politico, una mail di lavoro. È una forma minima di cittadinanza.

Ma l’allarme, da solo, non educa nessuno. Anzi, rischia di trasformarsi nell’ennesima predica degli adulti, quelli che spesso rimproverano ai ragazzi di non leggere senza chiedersi che mondo abbiano costruito intorno a loro. Abbiamo riempito la vita quotidiana di urgenze, schermi, stimoli continui, comunicazioni spezzate, e poi ci stupiamo se la concentrazione su un testo lungo appare più fragile. Abbiamo scambiato la velocità per efficienza e la connessione per relazione. I giovani non sono nati distratti: sono cresciuti in un ambiente che premia chi reagisce subito, non chi resta dieci minuti su una frase difficile.

Fonte: Panorama

C’è però un altro lato della storia. Gli stessi ragazzi che possono inciampare davanti a un testo complesso spesso sanno orientarsi con naturalezza in linguaggi che molti adulti capiscono poco: immagini, video, interfacce digitali, codici rapidi, reti sociali, strumenti collaborativi. Il Rapporto INVALSI 2025, per esempio, ha rilevato per la prima volta le competenze digitali di studenti quindicenni delle scuole superiori, registrando risultati incoraggianti: ampie quote del campione raggiungono livelli adeguati nell’uso consapevole di informazioni, comunicazione, creazione di contenuti e sicurezza online. Non è poco. Non basta a sostituire la lettura, ma suggerisce che il problema non è una generazione “meno capace”. È una generazione capace anche di altro.

Lo confermano anche le indagini internazionali OCSE-PISA, che misurano le competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze. In lettura, l’Italia non è il fanalino di coda che spesso immaginiamo: nella rilevazione PISA 2022, la quota di studenti italiani che raggiunge almeno il livello minimo di competenza è superiore alla media OCSE. Il punto, dunque, non è raccontare una catastrofe, ma riconoscere una frattura. Una parte dei ragazzi possiede strumenti nuovi; un’altra resta indietro nelle competenze fondamentali; quasi tutti vivono in un ecosistema informativo più rumoroso di quello in cui sono cresciuti i loro insegnanti, i loro genitori e i loro nonni.

Da qui può nascere un messaggio di speranza, ma non di comodo. Non possiamo dire che leggere bene non serva più. Serve eccome, forse più di prima, proprio perché il mondo digitale moltiplica le informazioni false, ambigue, manipolate. Però possiamo smettere di trattare i giovani come una generazione difettosa. La scuola dovrebbe aiutarli a tenere insieme le due alfabetizzazioni: quella lenta, profonda, fatta di libri, articoli, argomentazioni; e quella contemporanea, fatta di linguaggi digitali, immagini, dati, collaborazione e creatività. Non una contro l’altra, ma una dentro l’altra.

Fonte: UPPA

Forse il vero compito degli adulti è questo: non limitarsi a dire “ai nostri tempi si leggeva di più”, ma creare occasioni in cui leggere torni ad avere senso. Leggere per difendersi, per scegliere, per capire gli altri, per non farsi trascinare dal primo titolo urlato. E, allo stesso tempo, imparare dai ragazzi qualcosa del mondo che stanno già abitando meglio di noi. Ogni generazione tende a non capire quella successiva. La differenza la fa chi trasforma questa incomprensione in curiosità, invece che in giudizio.

Giulia Zappacosta