La startup italiana che prova a far cambiare pelle agli imballaggi

Il packaging è una di quelle cose che usiamo ogni giorno senza pensarci: la scatola della pizza, il bicchiere da asporto, la bottiglia, la vaschetta del pranzo, la latta di vernice dimenticata in garage. Sembra solo un contenitore, ma in realtà è una piccola infrastruttura: deve proteggere il prodotto, resistere al trasporto, non contaminare gli alimenti, costare poco e, sempre di più, essere riciclabile. Su questo terreno, molto concreto e poco glamour solo in apparenza, si muove Nano Green Pack, startup innovativa italiana con sede a Roma, recentemente inserita tra le realtà premiate dal Premio America Innovazione, riconoscimento nazionale dedicato alle migliori startup e PMI innovative.

Il premio, promosso dalla Fondazione Italia USA e consegnato nella cornice istituzionale della Camera dei Deputati, valorizza ogni anno 300 imprenditori e imprese innovative selezionati tramite il Registro Imprese e il sistema camerale. Per Nano Green Pack il riconoscimento arriva in un momento particolarmente sensibile: l’Europa sta cambiando le regole del packaging e, dal 12 agosto 2026, entreranno in applicazione le principali disposizioni del PPWR, acronimo inglese di Packaging and Packaging Waste Regulation, cioè il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio.

Le confezioni dovranno essere più sicure, più facili da riciclare e meno dipendenti da materiali o trattamenti problematici. Tra i temi più discussi ci sono i PFAS, sostanze spesso chiamate “inquinanti eterni” per la loro persistenza nell’ambiente, che saranno oggetto di restrizioni negli imballaggi destinati al contatto con alimenti. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: riguarda l’industria alimentare, il delivery, la grande distribuzione, la logistica e, alla fine, anche il consumatore che ogni giorno entra in contatto con quegli imballaggi.

L’idea di Nano Green Pack è interessante proprio perché dalla promessa di migliorare i materiali già in uso. La startup lavora su una piattaforma di ingegneria dei materiali basata sulle nanotecnologie. Significa intervenire su scala estremamente piccola, invisibile a occhio nudo, per modificare il comportamento superficiale di carta, cartone, plastica, metalli e altri supporti. L’obiettivo è creare barriere più efficaci contro acqua, grassi, vapori e ossigeno, aumentando la durata e la sicurezza dei prodotti confezionati senza costringere le imprese a rifare da zero le proprie linee produttive.

Fonte: Repubblica Roma

Il punto forte è la capacità di applicare la stessa logica a più settori. Le fonti disponibili citano applicazioni su carta e cartone per food e delivery, su PET e rPET, cioè plastica nuova o riciclata usata ad esempio per bottiglie e contenitori, su imballaggi metallici e su soluzioni multi-materiale. Tra gli esempi più intuitivi ci sono i sacchi per il cemento, oggi spesso composti da carta e plastica, oppure i contenitori metallici che possono soffrire problemi di corrosione. In entrambi i casi, l’innovazione non sta nel contenitore in sé, ma nel trattamento che ne migliora le prestazioni.

Nano Green Pack possiede un portafoglio di brevetti già concessi in diversi Paesi e procedure in corso in altri mercati. Per una startup deep tech, cioè fondata su ricerca scientifica e sviluppo tecnologico avanzato, un brevetto è il ponte tra laboratorio e industria. Proteggere un’invenzione consente di negoziare licenze, attirare partner, difendersi da imitazioni e trasformare una soluzione tecnica in un modello di business.

La notizia del premio, quindi, non è solo la celebrazione di una giovane impresa italiana, ma il segnale di una trasformazione più ampia: il packaging sta passando dall’essere un semplice costo a diventare un tema strategico. Chi saprà progettare imballaggi più sicuri, riciclabili e performanti potrà aiutare le imprese ad adattarsi alle nuove regole europee senza perdere competitività.

In questo scenario Nano Green Pack rappresenta una storia da seguire: piccola, tecnologica, italiana, e collocata in uno dei punti più delicati della transizione ecologica, quello in cui la sostenibilità deve smettere di essere slogan e diventare materia, processo e risultato industriale.

Giulia Zappacosta