Non è difficile prevedere un pareggio sterile, un aumento dell’astensione. Il fallimento della politica è servito

Sono 7 le Regioni che andranno al voto, coinvolgendo oltre 17 milioni di cittadini che saranno chiamati alle urne per scegliere il nuovo Presidente di Regione e i rispettivi Consigli. Marche e Valle d’Aosta voteranno domenica 28 e lunedì 29 settembre 2025, in Calabria il 5 e 6 ottobre, in Toscana domenica 12 e lunedì 13 ottobre 2025. Campania, Veneto e Puglia il 23 e 24 novembre.

Il regionalismo ha portato queste competizioni ad essere un banco di prova enorme dal punto di vista degli equilibri politici e dei poteri sui territori. Segreterie e coordinamenti sono alle prese da mesi con tentativi disperati di rivedere la regola del doppio mandato, studiare una nuova legge elettorale – senza ancora neanche un briciolo di novità – e con tensioni interne ed esterne ai partiti. Gli equilibri sono fragilissimi e riguardano la gestione di enti che sono diventati degli enormi centri di spesa, articolati in agenzie, fondazioni ed enti locali su cui si gioca una duplice partita di governo e sottogoverno.

Fonte: MSN

Il bipolarismo imperante, frutto di una semplificazione legata ad un trend delle democrazie occidentali a cui fa seguito un decadimento evidente, complice nel caso italiano una sciagurata legge elettorale, che genera sempre più astensione e disinteresse, sta logorando i partiti che si vedono più obbligati che felici di far parte di una coalizione.

Il centrosinistra continua ad unirsi con l’unico obbiettivo di sconfiggere le “destre” e i “fascismi”. Una narrativa stucchevole, povera di contenuti e forte di un’ideologia che oggi, in un mondo globale, iper neoliberista, alle prese con le ambiguità del progresso ed il bigottismo di una impossibile conservazione, appare non solo fuori dal tempo, ma anche poco profittevole in termini di consenso.

Il centrodestra alle prese con una classe politica disarmante non ha scelto ancora i suoi candidati in 3 delle sei regioni al voto. Un ritardo legato a malumori interni che troveranno soluzione nella sintesi dei vari compromessi tra partiti della coalizione.

I temi sono sicurezza, sanità e infrastrutture, argomentazioni più forti che, alla prova del governo nazionale e locale, mettono in difficoltà. Ma si sa, in campagna elettorale tutti promettono di risolvere i problemi che essi stessi hanno creato o non sono stati in grado di risolvere. Giorgia Meloni, in questo, comunicativamente, si è dimostrata geniale, spostando l’attenzione sullo stesso piano della coalizione del centrosinistra, quello ideologico, sfruttando il tema dell’uccisione di Charlie Kirk – attivista americano di destra – per riprendere la necessità si scongiurare il ritorno del terrorismo e della violenza politica (con il richiamo addirittura alle BR). Un’urgenza, fortunatamente, assolutamente inesistente, se non nella violenza verbale e contenutistica quotidiana, da ambo le parti, che trova terreno fertile in qualche fanatico, da una come dall’altra parte.

Le alternative? Assenti. Un campo lasciato libero, non più presidiato da alcuna forza politica.

Prima forze centriste, poi il Movimento 5 Stelle, hanno provato ad occuparla, anche con ottimi risultati, preferendo poi una strategia di alleanza, spesso di subalternità o addirittura sudditanza, per provare un radicamento sui territori che comunque rimarrà in capo alle forze politiche in grado di attivare sacche di voti controllati, grazie ai poteri esercitati nel tempo da categorie e lobby che trovano e portano avanti i propri nomi.

Non è difficile prevedere un pareggio sterile, un aumento dell’astensione, una sconfitta della politica. L’ennesima, a cui ci siamo abituati.    

Alberto Siculella