La riforma costituzionale non cambierebbe la logica della nostra classe politica

Ammucchiata, Governo di unità nazionale, Governo tecnico, Governo istituzionale. Non è una canzone di Rino Gaetano ma alcuni dei termini che indicano le conseguenze più ricorrenti che seguono al c.d. ribaltone.

Il termine “ribaltone”, neanche a dirlo, non ha nulla di giuridico, ma è un’espressione giornalistica che come spesso accade entra nel vocabolario della politica italiana ed esprime un netto ribaltamento di forze che ha come teatro il Parlamento che va a esprimere un governo di diverso colore rispetto a quello che lo ha preceduto. Ne citeremo i due più eclatanti.

Il primo avvenne nel 1994 dove Umberto Bossi e la sua Lega Nord privarono del proprio appoggio il primo Governo Berlusconi, attraverso un accordo con le sinistre, che andò a costituire il primo Governo puramente tecnico, lasciando la coalizione di destra vincitrice delle elezioni a bocca asciutta. L’allora Presidente della Repubblica Scalfaro fu il primo a gestire una crisi di governo in epoca di maggioritario e al posto di sciogliere le camere vagliò prima altre maggioranze possibili. Berlusconi promise di non sedersi mai più ad un tavolo ove sedesse il sig. Bossi, ma come spesso accade in politica cambiò idea, tornandoci insieme nel 2001.

Fonte: Formiche.net

L’ultimo, eclatante, è avvenuto ad agosto 2019 e segna il passaggio dal Governo “gialloverde” al Governo “giallorosso”. Allora Salvini e la sua Lega si sfilarono dalla maggioranza di governo, forti di un probabile ritorno alle urne che, visti i sondaggi, li avrebbe visti primeggiare. La sorte, come sappiamo, fu diversa: Renzi si fece promotore di un accordo con il M5S dando vita al Conte II, di cui tutti conosciamo gli esiti, sempre determinati dagli ennesimi accordi e ribaltamenti di fronte improvvisi.

È soprattutto contro questi episodi di trasformismo che il governo di centro-destra guidato da Giorgia Meloni ha ideato una riforma costituzionale che introdurrebbe l’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Infatti, in caso di sfiducia nei confronti del Premier, il Presidente della Repubblica dovrebbe, dopo aver dato ulteriori opportunità alla maggioranza, sciogliere le camere, portando così il paese al voto anticipato.

Che in Italia vi sia un problema di durata dei governi è un problema indubitabile, già molto sentito ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica.

Questo problema è esistito con leggi elettorali molto diverse, persino con il Mattarellum, dalle chiarissime caratteristiche maggioritarie (il 75% dei seggi venivano assegnati con uninominale a un solo turno), e questo, secondo la tesi dell’attuale esecutivo è dovuto alla radicata tendenza al trasformismo e all’opportunismo dei parlamentari italiani, in quanto l’unica leva che potrebbe concretamente aumentare la stabilità dei governi nel nostro paese sarebbe quella del minacciare lo scioglimento delle camere, la fine della legislatura e quindi la decadenza anticipata dei singoli parlamentari, la stragrande maggioranza dei quali disperatamente votati alla conservazione del loro scranno.

Così facendo il Governo Meloni esprime la rassegnata convinzione, peraltro assolutamente fondata su una realtà palmare, che la classe politica italiana sia cronicamente e incurabilmente inaffidabile e pronta a tutto pur di garantirsi il seggio parlamentare e così prolungare il più possibile la propria carriera politica.

Questa logica però, lungi dal poter scardinare in futuro la vocazione alla sopravvivenza e il cosiddetto “attaccamento alla poltrona”, lo santificherebbe, innalzandolo a principio fondamentale, unico anelito del nostro ceto politico.

L’unica speranza concreta di perpetuarsi per i governi italiani sarebbe perciò non tanto quella della blandizia costituita dalla garanzia di qualche anno in più in carica ma quella costituita dall’espressa minaccia, con la pistola puntata alla tempia, della decadenza dalla carica e dell’alea di nuove elezioni, per molti peraltro certa foriera di sventure.

Alberto Fioretti