Un’importante ricerca internazionale sancisce per la prima volta la collaborazione fra quattro congregazioni di donne religiose attive nei Paesi in via di sviluppo. I dati sul futuro delle ragazze più povere del pianeta sono preoccupanti.

Sopravvivevano già ai margini delle loro comunità, nei Paesi in via di sviluppo, dove patiscono per la denutrizione e la mancanza di istruzione, in molti casi costrette al lavoro minorile e allo sfruttamento sessuale, ma ora, dopo che il Covid-19 è deflagrato in tutto il mondo, e per cercare di bloccarlo sono state chiuse le scuole e sospesi i servizi sociali minimi rivolti a queste fasce di popolazione disagiata, per le ragazze fra i 10 e i 20 anni tutto è drammaticamente peggiorato.

Essere costrette ad andare in giro in cerca di cibo, per sé stesse e i propri famigliari, le espone ancora più di prima della pandemia a fenomeni di sfruttamento e orribili violenze di tipo sessuale e lavorativo. Inoltre, decine di migliaia di ragazze povere non dispongono nemmeno di assorbenti intimi, oltre al fatto che spesso vivono in baracche prive di acqua potabile e dei più elementari servizi igienici.

Bambini in uno slum dello Zambia – Fonte: DB

Il Covid-19, dunque, non ha portato cose nuove nella vita di queste giovani, ha di fatto però acuito e peggiorato le situazioni di violenza e ingiustizia preesistenti.Il 60 per cento delle intervistate ha riferito di provare ansia e tristezza, sentimenti di cui non riescono a liberarsi, unitamente a un grande vuoto di solitudine. Nell’ambito della loro famiglia, con il lockdown, sono sopraggiunti poi anche ulteriori disagi mentali e psicologici, che hanno provocato continue tensioni fra le quattro mura domestiche.

Non avere avuto a disposizione nemmeno più l’aula della scuola, un’oasi nel deserto che serviva per studiare, socializzare con le compagne e ricevere l’unico pasto completo della giornata, ha rappresentato per un lungo biennio di pandemia un’ulteriore grave dolorosa privazione per tante fanciulle che non hanno nessuna colpa se non quella di avere bisogno dell’aiuto “degli altri” per riuscire a sopravvivere. Ecco perché per queste ragazze parleremo di “invisibilità”, mentre il mondo nemmeno si accorge di loro, tutto preso com’é dal fronteggiare a sua volta la pandemia e la crisi economica energetica provocata dallo stato di guerra nel cuore dell’Europa.

Zambia, in attesa del pasto – Fonte: DB

Gli “altri”, in questo caso, sono le suore missionarie che ai quattro angoli del pianeta vivono in mezzo ai poveri per una scelta di vita spirituale, aiutando i più fragili attraverso programmi di educazione, scolastica e sanitaria, e procurando loro sostegno psicologico, sociale e umano per attenuare quell’enormità di problemi che il vivere in estrema miseria comporta in sé, a volte senza speranza alcuna di potere cambiare un giorno la propria sfortunata condizione.

Per fortuna ci sono le suore missionarie. Sono donne molto spesso di vasta cultura, poliglotte ed esperte dei mali del mondo, che è anche meglio di avere semplicemente una laurea di economia incorniciata e appesa a un muro, anche se fra loro – ma non meravigliatevi – ci sono addirittura le plurilaureate e le dottorande in cooperazione internazionale. Ma è un altro il pregio che rende veramente speciali le suore missionarie, oltre al merito di una vita dedicata ad aiutare i poveri, a cercare di adoperarsi per riscattarli dalla loro emarginazione attraverso i programmi d’istruzione. Le missionarie sono soprattutto persone estremamente umili, che non si vantano mai delle loro fatiche, non ambiscono a ottenere vantaggi materiali per conquistare una poltrona o dei privilegi, né aspirano a ruoli di visibilità sotto ai riflettori.

La nostra giornalista con una suora comboniana – Fonte: DB

Per questa occasione, però, per la presentazione della ricerca che nel suo titolo “Come stanno le ragazze?” ne annuncia già gli importanti contenuti, hanno pensato di organizzare un evento in grande stile, ma non per mettersi in mostra, bensì per fare sapere al mondo qual è la reale condizione delle ragazze invisibili. Le protagoniste, infatti, sono le fanciulle poverissime dai 10 ai 20 anni che, dopo la pandemia, chiedono con una sola voce di potere continuare a studiare in presenza nelle scuole, perché per tutte loro ciò rappresenta il modo di potersi sottrarre almeno per qualche ora ogni giorno alle violenze domestiche e al degrado che spesso travolge i componenti conviventi del loro nucleo famigliare.

Distribuzione della merenda dalle comboniane a Lusaka – Fonte: DB

Dal marzo del 2020, da quando il Covid-19 ha cominciato a imperversare nel mondo, tutti abbiamo patito a causa di molte restrizioni e abbiamo dovuto affrontare delle condizioni esistenziali per noi nuove, però gli effetti negativi della pandemia hanno colpito le popolazioni con diversa intensità: le fasce sociali più deboli hanno pagato il conto più salato con l’80 per cento delle scuole chiuse nelle aree rurali, dove almeno un giovane su 5 non ha accesso a Internet, né possiede strumenti adeguati per studiare a distanza.

Anche le religiose missionarie appartenenti alle quattro congregazioni che sono state coinvolte da questa ricerca, nei sei Paesi di cui vi abbiamo detto, sono state investite dai rischi pandemici, tuttavia hanno adottato fin da subito una vera e propria resilienza sociale per non abbandonare i più vulnerabili. Tra questi c’erano sicuramente le bambine e ragazze, a cui le missionarie non hanno fatto mancare la loro accoglienza e i sostegni materiali.

La suora missionaria Albertina Ticcò con un gruppo di giovani zambiani – Fonte: DB

Lo studio dimostra, infatti, che l’istruzione è un sostegno fondamentale per la qualità della vita di queste adolescenti che nel 91 per cento dei casi chiede soltanto di potere continuare a studiare. Due ragazze su quattro hanno infatti incontrato gravi difficoltà per potere studiare negli ultimi due anni.

Le conseguenti chiusure dentro casa, per le restrizioni imposte dalle ondate di Coronavirus, hanno prodotto un netto peggioramento dei fenomeni di violenza domestica, incesto, matrimoni forzati, gravidanze, lavoro minorile. Le ragazze invisibili sono state così risucchiate nel buco nero della loro condizione di svantaggio, ma nulla è ancora perduto se non verranno lasciate da sole.

DANIELA BLU

HOW ARE THE GIRLS?

L’evento di presentazione dello studio si è tenuto a Roma il 7 dicembre scorso nella sala convegni dell’Unione internazionale delle Superiore Generali (UISG). La ricerca è stata finanziata da Misean Cara, la rete che rappresenta 88 strutture missionarie della tradizione religiosa irlandese, e ha visto il coinvolgimento di quattro grandi congregazioni composte da donne religiose: le Figlie di Maria Ausiliatrice (le Salesiane del Vides), le Missionarie Comboniane, le Suore del Buon Pastore e le Suore di Nostra Signora delle Missioni.

Presentazione della ricerca – Fonte: Uisg

Lo studio, avviato durante la pandemia nel 2020 in trenta diverse località urbane e comunità rurali di sei paesi del mondo (Kenya, Sud Sudan, India, Nepal, Ecuador e Perù), ha ottenuto la partecipazione di 3.443 adolescenti tra i 10 e i 20 anni.

Il team dei ricercatori è stato guidato dal professor Maurizio Franzini, che dirige la Scuola di Dottorato in Economia dell’Università la Sapienza, in collaborazione con la docente Mathilde Gutzenberger, esperta di diritti delle ragazze.

Alcune relatrici e relatori dell’evento – Fonte: Uisg

L’indagine mette a fuoco gli effetti negativi del lockdown per le ragazze invisibili. Con la chiusura delle scuole e la sospensione dei servizi sociali, infatti nei Paesi in via di sviluppo, in generale, oltre 111 milioni di studenti sono stati costretti ad abbandonare le aule, che sono spesso l’unico luogo di socializzazione e parvenza di normalità esistente nelle loro vite.

Il Rapporto completo è a questo link:

https://www.uisg.org/files/allegatodocumento/2022/Howarthegirls_ENG_Print.pdf

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