Breve analisi del primo Congresso Nazionale di Azione capitanata da Carlo Calenda

Si è concluso pochi giorni fa il primo Congresso di Azione. Parola d’ordine? “Italia seria”, quella che Calenda spera di costruire attraverso un profondo rinnovamento della politica segnata da quello che il neoeletto segretario di Azione definisce “bipopulismo”. Molti sono stati gli interventi, tutti caratterizzati da una retorica affascinante che evidentemente si discosta dalla realtà dei fatti. Il messaggio che Calenda ha voluto recapitare è quello secondo il quale tutto è possibile. È possibile dialogare con il vicesegretario leghista Giorgetti, con il segretario Dem Letta, con il forzista Tajani e così via.

Carlo Calenda durante il primo congresso nazionale di Azione - Primopiano -  Ansa.it
Fonte: ANSA.it

Guai però a pensare di interloquire con il M5S, o con FDI, partiti esclusi a priori da quella cerchia ristretta di fortunati che il nostro Carlo ha ritenuto all’altezza. Al centro del dibattito la tanto millantata competenza, conditio sine qua non affinché la politica possa davvero configurarsi come arte del buon governo. È evidente che la modestia non appartenga all’essere di Calenda in quanto, solo lui parrebbe essere dotato di tutte le suddette qualità e solo lui sarà capace di diffonderle attraverso quel terzo polo del riformismo che sarebbe nato con la conclusione del Congresso. A smentire la narrazione messianica di quest’ultimo ci penseranno gli avvenimenti successivi. Proprio con Letta sembrava essere giunta un’intesa, sancita dalle parole dello stesso segretario Dem: “vinceremo (insieme) le politiche del 2023”. Peccato che proprio ieri il PD abbia definito fondamentale il rapporto politico con il MoVimento estromettendo, di fatto, Azione da una possibile coalizione. Anche l’intervento di Giorgetti lasciava spazio a qualche tipo di collaborazione, fino a quando proprio Calenda, in un intervento successivo, chiude a Salvini riferendo riguardo l’incoerenza del segretario della Lega. Con me o contro di me. Questo sembra essere il diktat calendiano, pronto a correre da solo alle prossime elezioni, sicuro di un ottimo risultato. La strategia però, essendo caratterizzata da una forte componente retorica, rischia di trasformare l’attuale “bipopulismo” in, per dirla alla Calenda, “tripopulismo”.

Alberto Fioretti

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