Ancora oggi non si conosce il nome di chi ha sparato; ancora oggi, dopo 46 anni, l’omicidio di Giorgiana Masi è rimasto impunito

Era il 12 maggio 1977. I militanti del partito Radicale – guidati dallo storico segretario Marco Pannella – volevano organizzare un’imponente manifestazione in piazza Navona per festeggiare il terzo anniversario della vittoria al referendum sul divorzio e per raccogliere le firme su otto nuovi quesiti referendari.

Erano anni di lotta, di grandi cambiamenti, di sogni e speranze. Ma anche anni di sangue e di terrore. Le università erano occupate, gli studenti scendevano in piazza contro il governo Andreotti, le radio cominciavano a raccontare le storie delle lotte dei “ragazzi del ’77”. Francesco Cossiga, l’allora ministro degli Interni, aveva vietato ogni tipo di manifestazione nella Capitale fino al 31 maggio.

Il motivo di tale scelta era legato all’uccisione dell’allievo sottufficiale di P.S. Settimio Passamonti, avvenuta durante gli scontri del 21 aprile tra manifestanti appartenenti all’Autonomia Operaia e reparti antisommossa.

La mattina del 12 maggio – sfidando il divieto imposto dal numero uno del Viminale –, (dopo aver comunque concordato il giorno prima con la questura una presenza autorizzata dei manifestanti in piazza), i Radicali, assieme agli studenti, alla sinistra extraparlamentare, alle femministe e ai lavoratori, diedero vita ad un’imponete manifestazione di diverse migliaia di persone.

I problemi cominciarono quando, intorno alle 13.30, arrivò l’ordine – senza apparente motivo – dai funzionari di polizia di smontare gli impianti di amplificazione. Poco dopo, intorno alle 14, vennero bloccati gli accessi in piazza e simultaneamente cominciarono i primi scontri tra i manifestanti e i reparti di polizia e carabinieri. Alcuni parlamentari cercarono di mediare con le forze dell’ordine per permettere ai presenti di lasciare la piazza e spostarsi verso Trastevere, ma i disordini si fecero sempre più aggressivi, anche in altre zone della città.

Alla grande iniziativa politica avevano aderito centinaia di giovani liceali romani, tra cui anche una studentessa diciottenne, Giorgiana Masi, che frequentava il quinto anno del Liceo scientifico statale “L. Pasteur”.

Fonte: ARCHIVIO-ANSA-CD

Quando mancavano pochi minuti alle 20, Giorgiana Masi si trovava su Ponte Garibaldi, a pochi metri da piazza Giuseppe Gioachino Belli. Le forze dell’ordine erano schierate dalla parte di via Arenula, verso il centro, i manifestanti dall’altra, verso Trastevere: la situazione era confusa, i dimostranti iniziarono a fuggire in preda al panico mentre lacrimogeni e colpi di pistola venivano esplosi nella loro direzione. Improvvisamente Giorgiana Masi cadde a terra, tra gli sguardi increduli degli amici e dei presenti, convinti che nella fuga fosse inciampata, urtando qualcosa, sbattendo su qualcuno. Invece era stata colpita alle spalle da un colpo di pistola calibro 22.

Ferita, venne caricata su un’auto e trasportata in ospedale. Di lì a poco fu dichiarata morta. Il bilancio finale della giornata vide la morte di Giorgiana Masi e il ferimento di altre otto persone, fra cui una donna – Elena Ascione colpita ad una coscia – e l’allievo sottufficiale dei carabinieri – Francesco Ruggeri o Ruggero, a seconda delle fonti – ferito ad un polso. Inoltre, nella controperizia di parte civile depositata il 6 dicembre 1978, si disse che Giorgiana Masi era stata uccisa «da un colpo d’arma da fuoco a proiettile unico, trapassante, con traiettoria pressoché ortogonale al dorso della ragazza (e cioè parallela al terreno) sparatole alle spalle» da circa 40-60 metri.

La causa della morte, si dice nell’autopsia, fu «emorragia interna massiva conseguita a dilacerazione dell’aorta in prossimità della sua biforcazione».

Il ministro degli Interni Cossiga negherà che gli agenti abbiano usato armi, ma foto sulla stampa mostrano agenti in borghese che sparano ad altezza d’uomo.

Per l’ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino, le parole di Cossiga pronunciate sull’accaduto confermerebbero come “quel giorno ci possa essere stato un atto di strategia della tensione, un omicidio deliberato per far precipitare una situazione e determinare una soluzione involutiva dell’ordine democratico, quasi un tentativo di anticipare un risultato al quale per via completamente diversa si arrivò nel 1992-1993”.Nel 1998, dopo numerose richieste, il deputato verde Paolo Cento presentò una proposta di legge per la costituzione di una commissione d’inchiesta che indagasse sulla morte della giovane studentessa e che individuasse i responsabili dell’omicidio.

Ancora oggi, in conclusione, non si conosce il nome di chi ha sparato quel colpo. Ancora oggi, dopo 46 anni, l’omicidio di Giorgiana Masi, – ragazza, donna, femminista – è rimasto impunito.

Jacopo Gasparetti

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