Muore a 67 anni il musicista romano, simbolo della musica rock e metallaro vero

“Se muoio, muoio felice”. Con queste bellissime parole ci ha lasciato il 10 maggio scorso Richard Benson, il sessantasettenne cantante rock romano e di origini britanniche. A darne notizia sono stati i familiari tramite la sua pagina Facebook ufficiale, in cui scrivono: “ha lottato come un leone anche questa volta contro la morte e purtroppo non ce l’ha fatta”. Come lasciano intendere queste parole, la causa del decesso è stata probabilmente una malattia che Benson non aveva mai nascosto.

Quella di Benson è stata sicuramente una vita vissuta a pieno, nella poliedricità del suo essere artista che spesso lo ha reso celebrità e che ha contribuito ad essere il personaggio che tutti ci ricordiamo. La sua storia, tra notorietà e culto goliardico, ha dell’incredibile e merita di essere raccontata.

Il percorso artistico di Benson ha avvio in radio, quando viene ingaggiato da Renzo Arbore per il suo programma “Per Voi Giovani”. La sua carriera radiofonica continua con la conduzione di programmi musicali sulle emittenti romane. Ma grazie alle sue doti artistiche si capisce sin da subito che il suo habitat naturale sarà la televisione, e così avviene. Segue Arbore in “Quelli della notte”, dove inizia a ritagliarsi la figura del metallaro, che diventerà nei decenni successivi la sua cifra distintiva. A consacrarlo ancor di più al grande pubblico ci pensa Carlo Verdone, che lo assume per il suo film “Maledetto il giorno in cui t’ho incontrato”.

Così lo ricorda il famoso regista e attore romano: “Rimasi folgorato quando lo vidi parlare di brandi chitarristi e gruppi a me sconosciuti in un’emittente televisiva romana. Era stravagante, un po’ folle ma decisamente un personaggio da tenere presente per un film”.

In parallelo all’ascesa come personaggio televisivo, Benson conduce la sua stravagante vita da musicista rock e inizia ad incidere i suoi primi singoli. Negli anni ’70 e ’80 fu il solo nella scena musicale italiana a perticare il metal, per poi passare al rock tradizionale. La sua esperienza da cantante si consuma soprattutto nell’underground romano, dove si esibisce in serate ed eventi che lo rendono ancor più popolare. In queste occasioni Benson continua a costruirsi la personalità che lo ha reso famoso, fatta di parrucche (da qui il soprannome “er parrucca”), occhiali scuri e abiti da vero metallaro. Molti dei suoi concerti passano però alla storia per il lancio di ortaggi e polli nei suoi confronti, su cui lo stesso Benson cerca di ironizzare.

Tra fine anni ’90 e inizio anni ‘2000 le apparizioni televisive di Benson si moltiplicano, e intercetta una pericolosa tendenza al trash delle televisioni nazionali che rappresenta per lui una vera e propria trappola. In queste occasioni nasce la parte forse più nota (purtroppo) della sua personalità, quella legata alla goliardia e alla spettacolarizzazione della volgarità.

E' morto Richard Benson, il musicista aveva 67 anni - Adnkronos.com
Fonte: Adnkronos

Le televisioni capiscono che Benson è il personaggio perfetto per la moda del trash e per aumentare lo share, e lui non è capace di sottrarsi a questo gioco. Molto celebri diventano le sue apparizioni al programma di Max Giusti, dove giudica concorrenti che non sono riusciti a partecipare a Sanremo. In questi casi assistiamo al puro sfoggio del culto goliardico e si ha la netta sensazione che il pubblico a casa non rida con lui, ma di lui.

Da quei momenti inizia il progressivo declino del suo essere artista, non riconosciuto dai più in quanto tale ma come stravagante personaggio televisivo che suscita ilarità con il suo modo di essere. Agli inizi degli anni ’10 compaiono i primi segni di una malattia che lo accompagnerà per molto tempo e lui stesso denuncia le bassissime condizioni economiche in cui è costretto a vivere.

Con Richard Benson muore un grande artista, un uomo sempre fedele ai propri valori e alla sua personalità; un artista eccentrico e poliedrico come pochi nella scena musicale italiana del suo tempo, capace di far emozionare e divertire. Dispiace che molti possano ricordarlo non per le sue qualità artistiche indiscutibili, ma per l’aspetto goliardico che la televisione non si è fatta scrupoli ad utilizzare.

Giulio Picchia

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